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Serenissimi Teatri

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Dal 13 al 21 Febbraio 2012  “Serenissimi Teatri ”  Attività teatrale a Venezia tra legislazione e spettacolo (secc. XVI-XIX) , Mostra documentaria a cura di Michela Dal Borgo dall’ Archivio di Stato di Venezia.

Nel Quattrocento e nel primo Cinquecento le rappresentazioni teatrali a Venezia erano affidate alle libere iniziative delle Compagnie della Calza, previo controllo e autorizzazione dello Stato, e soprattutto del potente Consiglio di Dieci che proprio con una sua legge del 29 dicembre 1508 ne aveva imposto la totale proibizione, dettata da ragioni di moralità e di ordine pubblico.
I primi teatri di cui si ha certa notizia sono quelli progettati da Giorgio Vasari (carnevale del 1542 per la Compagnia dei Sempiterni), di Andrea Palladio (carnevale del 1565 per la Compagnia degli Accesi) mentre resterà inattuato quello, stabile, proposto da Alvise Cornaro, ingegnere idraulico padovano, ben più famoso per le sue relazioni in materia di “acque”, che lo videro opporsi al clodiense Cristoforo Sabbadino.
Malgrado una sempre attenta legislazione di controllo, alternante tra divieti e concessioni, nel secondo Cinquecento vengono eretti, nel 1580, due teatri nella contrada di San Cassiano, il “teatro vecchio” o Michiel, e il “teatro nuovo” o Tron.
Ma è il XVII secolo a vedere una vera e propria esplosione dei teatri cittadini – almeno sedici tra pubblici e privati – di cui quelli più importanti saranno San Moisè (1620, Giustinian), San Luca (1622, Vendramin), SS. Giovanni e Paolo (1635, Grimani), Novissimo (1641, presso i Santi Giovanni e Paolo), Sant’Apollinare (1651), San Samuele (1665, Grimani), San Giovanni Grisostomo (1677, Grimani), Sant’Angelo (1677), alla cui edificazione contribuisco, con propri capitali, alcune tra le più autorevoli famiglie patrizie. Due di essi restano distrutti da devastanti incendi: il Tron di San Cassiano nel 1629 e il San Luca – San Salvador nel 1653.
In questo secolo, non facile politicamente ed economicamente per la Serenissima, nondimeno “la città lagunare conquistava quel prestigioso primato d’ordine artistico, tecnico ed organizzativo, che la poneva al centro della vita teatrale europea” (N. Mangini, I teatri di Venezia”). I nobili gareggiano tra loro per avere “il palco più prestigioso” e autorevoli compositori, come Francesco Cavalli, “maestro di cappella” a San Marco, vengono ingaggiati per prestare la loro opera (per il teatro di San Cassiano nel 1658 e per quello dei Santi Giovanni e Paolo nel 1667); Venezia sarà la prima città ad introdurre le opere in musica nei teatri pubblici, rendendole così accessibili ad un più vasto pubblico.
Il Settecento vede l’erezione di due nuovi teatri: quello di San Benedetto (1753, Grimani), purtroppo anch’esso incendiatosi nel 1774, e La Fenice, eretta nel 1792 con specifica “licenza” del Consiglio di Dieci. L’attività teatrale veneziana continua anche nell’ultimo secolo della Serenissima, arricchendosi di nuovi generi: non più solo commedie e opere in musica ma anche opere buffe, intermezzi comici, balli.
Il teatro è luogo di ritrovo e divertimento ma pure di scambio di idee che gli Inquisitori di Stato vedono con sospetto. Spettatori, attori, impresari vengono costantemente osservati dai confidenti, le spie, tra i quali spicca Giacomo Casanova.
E una commedia di Carlo Gozzi, Le droghe d’amore, rappresentata al teatro di  San Luca nel 1777,  segnerà l’allontanamento volontario, e la conseguente condanna, del segretario del Senato Piero Antonio Gratarol, oggetto di una feroce caricatura nella figura del personaggio di don Adone.
Con la caduta della Serenissima (12 maggio 1797), anche la vita teatrale veneziana subisce una battuta d’arresto: i francesi stabiliscono che solo quattro teatri potevano essere mantenuti attivi (nel 1807 furono sacrificati quelli di Sant’Angelo, San Cassiano, San Luca e San Samuele) mentre gli austriaci ne proibiscono l’erezione di nuovi (29 settembre 1820). Alcuni di essi passano dalla proprietà di patrizi a quella di ricchi borghesi (il San Benedetto, acquistato nel 1810 da Giovanni Gallo, e quello di San Samuele, nel 1853 venduto dal Comune a Giuseppe Camploy). L’attività di controllo e di censura sulle opere rappresentate si intensifica e addirittura si inasprisce dopo i moti rivoluzionari del 1848-49. Ma l’attività teatrale non viene meno: accanto ai drammi, le opere in musica, le commedie e le opere buffe, anche altre tipologie,  più popolari – come gli spettacoli equestri o di illusionismo –  trovano i loro spazi.
La Fenice è distrutta nel dicembre 1836 ma, prontamente ricostruita, riprenderà l’attività già il 26 dicembre 1837; nuovamente restaurata  nel 1854, accoglierà alcuni capolavori di Giuseppe Verdi – Rigoletto (1851), La Traviata (1853), Simon Boccanegra (1857) –  non sempre con successo.
Ma sarà proprio alla Fenice, ancor oggi simbolo del risorgere del Teatro, che il popolo veneziano, finalmente italiano, renderà onore al re Vittorio Emanuele II con la cantata  Venezia al Re (8 novembre 1866).

Testo a cura di Michela Dal Borgo

http://www.archiviodistatovenezia.it

 

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