Letture

La neve di Agata

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” La neve di Agata ”  di Dario Damiani .

Racconto .

-facciamo una nuova misurazione dei valori,temo che abbia le ore contate,forse è meglio così povera donna-
la capo infermiera,aiutata dall’assistente,muoveva quel corpo ormai privo di apparente sensibilità.
La giravano da destra a sinistra con movimenti quasi automatici di chi sta facendo il proprio lavoro probabilmente pensando ad altro,come delle cameriere ai piani di un hotel impegnate nel rifare le stanze.
Erano d’altronde due mesi che Agata giaceva praticamente immobile nel suo letto,in quella casa di riposo che da quasi cinque anni era diventata la sua dimora,l’ultima.
I medici dicevano che ormai era solo questione di tempo,poco tempo. Solo il suo cuore forte che non smetteva di pompare sangue e la flebo con l’alimentazione collegata direttamente allo stomaco la tenevano a questo mondo.

I primi ottanta anni della sua vita,prima di essere portata  in casa di riposo ,Agata li aveva vissuti volontariamente ai margini.
Era stata una ragazza molto bella,minuta,ma con dei lineamenti ed una pelle morbida e vellutata che avevano attirato su di lei gli interessi di molti giovanotti della sua epoca.
La lista dei pretendenti era stata molto lunga negli anni della sua gioventù. Quando ancora Agata viveva con la sua numerosa famiglia. Poi,col passare degli anni,i fratelli e le sorelle avevano trovato la loro strada ed avevano formato le proprie famiglie. Lei invece era rimasta accanto all’anziana madre vedova, nella casa dei genitori ,prendendosi cura di lei fino al giorno della sua morte.
L’unico altro impegno di Agata,oltre alla madre,era stato quello di svolgere con scrupolosità e distaccato senso del dovere  il proprio lavoro di maestra elementare.

L’inverno,nella casa di riposo in collina,si faceva ancora sentire,ed anche la maggior parte delle ospiti ,quelle ancora coscienti ed autosufficienti ,evitavano di uscire per le passeggiate all’aria aperta per non incappare in malanni di stagione,che avrebbero potuto avere pericolose ripercussioni su dei fisici già  comunque debilitati e minati dal peso degli anni.
Qualche inserviente diceva addirittura che con il freddo,nel vialetto del passeggio,si sentivano distintamente gli scricchiolii delle ossa in movimento, delle poche attempate signore dedite con un certo coraggio al movimento giornaliero.
Ad Agata era sempre piaciuto l’inverno. I climi freddi e rigidi,quei paesi dove per molti mesi all’anno si vive circondati dalla neve. Neve che fa compagnia ed allo stesso tempo vela e nasconde.
Quel vivere come sospesi nell’attesa di una primavera che comunque si sa che poi sarà breve e passeggera.

E fu proprio in una fredda primavera di tanti anni fa che Agata visse quello che poi rimase nel suo cuore il giorno più bello della sua lunga vita. In quella terra lontana di Russia,o come si chiamava all’epoca,Unione Sovietica. Prima della caduta del muro,ai tempi della cosiddetta cortina di ferro.
Morta da pochi mesi l’anziana madre,alla quale aveva dedicato i migliori anni della sua giovinezza,Agata decise quasi dall’oggi al domani, tra lo stupore di chi la conosceva bene, di intraprendere un viaggio di alcune settimane verso quel paese che da sempre l’affascinava. Una passione cresciuta leggendo ,pagina dopo pagina, romanzo dopo romanzo, le storie mirabilmente narrate dai  suoi amati scrittori e poeti del lontano paese dell’est europeo.

Eravamo alla fine degli anni sessanta e grazie ad un’associazione della sua città che aveva cominciato,anche se tra mille difficoltà, a promuovere degli interscambi culturali tra l’Italia ed i paesi oltre cortina,Agata riuscì a farsi procurare un visto ,ed a partire con un manipolo di letterati del nostro paese, alla volta di San Pietroburgo(all’epoca chiamata ancora Leningrado).
In quella città ancora avvolta nella neve,nonostante fossimo già ad aprile,durante la prima tappa obbligata del previsto tour culturale  al museo dell’Hermitage,Agata conobbe Arkadi che lavorava all’interno della monumentale struttura con l’incarico di responsabile della sorveglianza.
Un incarico tra l’altro,come molti all’epoca,poco più che simbolico,visto che il livello di delinquenza in città era prossimo allo zero,e si doveva avere qualche turba mentale al solo pensare di entrare al’Hermitage con l’intento di combinare qualche atto malavitoso. La sola idea delle eventuali esemplari punizioni subite faceva da deterrente.

Il primo incontro tra i due fu nella pratica uno scontro. Più di un colpo di fulmine possiamo parlare di un colpo di porta. Successe che Arkadi si prese una bella portata in faccia da Agata, del tutto involontaria s’intende. La  donna,attardatasi nella contemplazione di un quadro,si era momentaneamente staccata dal gruppo di connazionali che nel frattempo avevano proseguito la visita in un’altra sala. Lei poi nel riagguantarli si era precipitata di corsa,troppo di corsa evidentemente,visto che nell’aprire la porta lasciata socchiusa tra i due ambienti, nell’impeto del gesto, l’anta di mogano massello finì la sua corsa sulla fronte e sul naso del nostro aitante responsabile della sicurezza.
Arkadi, nonostante la prestanza fisica, finì diritto disteso sul pavimento. Agata restò come paralizzata alla vista dell’uomo a terra e sanguinante. Passarono alcuni interminabili secondi di silenzio,  nei quali  si udivano solamente dei flebili lamenti che uscivano dalla bocca dell’uomo, rigata dal sangue che scendeva piuttosto copioso dal naso. Lentamente il nostro riprese conoscenza,aprendo gli occhi cominciò a distinguere,prima la sagoma,poi i lineamenti del viso della donna che gli stava in piedi accanto, immobile e con un fazzoletto in mano. Nonostante il dolore,non potè non notare la bellezza, seppur tutt’altro che appariscente di Agata.
Fu lui,dopo essersi con fatica rialzato,a borbottare le prime parole nella sua lingua. Prese con delicatezza il fazzoletto dalla mano di Agata e si tamponò il sangue che continuava a colare.

La donna conosceva solo pochi vocaboli ed ancor meno frasi di senso compiuto in russo. Cominciò a biascicare un “mi scusi” ripetuto a bassa voce quasi come un mantra.
Entrarono nella sala Luigi e Francesco,due dei compagni di viaggio di Agata,che non vedendola più arrivare erano tornati indietro a cercarla. Sgranarono gli occhi alla vista che gli si presentava davanti e chiesero subito lumi ad Agata, guardando in modo sospetto Arkadi che continuava a tamponarsi il naso.
Capito a grandi linee quello che era successo,presero la donna a braccetto e come due carabinieri l’accompagnarono a raggiungere il resto del gruppo,senza fare troppe domande e senza nemmeno dare il tempo ad Agata di accomiatarsi come avrebbe voluto.

Arkadi venne lasciato lì col suo dolore e con il fazzoletto di Agata zuppo di sangue.

La giornata successiva,per i componenti della comitiva italiana, era giorno di libera uscita.
Agata aveva passato una notte praticamente insonne. Il fatto accaduto, era stato per il suo equilibrio di donna abituata ad una vita senza scossoni ,qualcosa di non catalogabile nella summa delle sue esperienze di vita. Già l’essere a migliaia di chilometri da casa,in compagnia perlopiù di persone con le quali al proprio paese non avrebbe probabilmente scambiato più di un buongiorno o buonasera era stato destabilizzante,figurarsi poi quell’episodio così singolare capitatole.

Dopo la colazione con il gruppo in albergo decise che doveva fare qualcosa. Sentiva che a quell’episodio mancava ancora un finale sicuramente più degno del precedente.
Si fece dare alla reception una busta dell’hotel e su di un biglietto scrisse la parola “isvinizie”, apponendovi  poi sotto il proprio nome di battesimo,senza cognome.
“Isvinizie”,-scusarsi,mi scusi-, così aveva letto nel suo dizionario italo/russo in camera.
L’albergo nel quale alloggiava non distava molto dal museo dell’Hermitage,decise così di raggiungerlo a piedi. La giornata era fredda ma il sole invitava comunque alla passeggiata.

Chissà se l’avrebbe ritrovato –magari è in ospedale o a casa in infortunio oppure non è di turno oggi- pensò,o forse in realtà  preferiva che non ci fosse. Quell’uomo,seppur avesse fatto parte della sua vita,solo per pochi momenti,non riusciva a toglierselo dalla testa. E non solo per quell’infortunio quasi comico capitatole.
Agata non poteva non ammettere che quegli occhi chiari avessero fatto breccia aldilà dell’episodio in questione.

Il caso volle che ,appena varcato l’atrio dell’albergo, Agata si ritrovasse davanti quegli occhi.
Arkadi infatti,dopo essersi ripreso,si era informato alla segreteria del museo, che annotava nome e provenienza di tutti i visitatori,dove alloggiassero i turisti italiani in visita il giorno prima.
Stupito anch’egli della coincidenza dell’incontro rimase alcuni istanti immobile di fronte ad Agata.
Con un gesto prese dalla tasca il fazzoletto/tampone lavato e stirato e lo mise nelle mani di una ancora più incredula Agata.
La strada davanti all’hotel era molto frequentata e la gente camminava velocemente, ognuno verso la propria meta,a testa bassa e senza badare più di tanto ai fatti altrui.
I due cominciarono, quasi senza accorgersene, a camminare uno accanto all’altro ,senza una destinazione stabilita.

Costeggiarono la Neva,il fiume della città. Arkadi comincio’ a parlare,pur sapendo di non essere compreso. Agata ascoltava ed ogni tanto annuiva. Non le importava più di tanto di non capire il significato delle parole. Il solo essere lì,lontano dal suo mondo conosciuto ed ordinario,accanto a quell’uomo così gentile ed affascinante,in una città maestosa ma al contempo rassicurante con la neve che brillava ai raggi del sole ,era già una cosa che andava aldilà dei suoi sogni.
Intimamente sapeva che quei momenti sarebbero stati fini a se stessi e non avrebbero avuto un domani. Ma per una volta non volle fare di questi calcoli e si lasciò trasportare .
Arrivarono all’entrata di un parco dove al centro vi era un laghetto completamente ghiacciato. Il silenzio era quasi irreale,si sentiva distintamente il suono ovattato provocato dai loro stivali sulla neve. In lontananza si potevano intravedere delle persone intente a passeggiare nella tranquillità più assoluta. Dopo un po’ incrociarono due militari di ronda con i loro immensi copricapo ben poggiati sulla testa. I due scrutarono dall’alto al basso la coppia,i loro occhi si soffermarono soprattutto sull’abbigliamento di Agata. Era lampante come il suo cappotto ed il cappello fossero di foggia e fattura ben diversa da quelli che comunemente indossavano le donne russe. La carnagione ed il colore dei capelli poi confermavano che la donna non era propriamente una delle figlie della grande madre russia.
Nessuno dei due comunque aveva voglia di fermarsi per un controllo documenti. Il loro turno di guardia stava finendo e non vedevano l’ora di tornare in caserma per smettere i loro panni di difensori della causa socialista e bere qualcosa di caldo. D’altronde da qualche tempo ormai non era più cosi rado incontrare turiste occidentali in città,altresì però era molto meno frequente che una donna straniera si accompagnasse sola ad un russo.

Arkadi seguì con la coda dell’occhio il cammino dei due militari. Quando fu sicuro di averli persi all’orizzonte si voltò verso Agata; gli sguardi si incrociarono. In quell’istante dove tutto e niente può succedere,in quell’attimo dove una decisione può cambiare il corso di una vita,l’uomo avvicinò le sue labbra a quelle di lei.
Agata non oppose resistenza,si lasciò abbracciare e baciare. Pensava alla neve che li circondava,a quella porta così maldestramente aperta all’Hermitage. Le immagini del lungo viaggio fatto per arrivare sin lì,la figura di sua madre che chissà cosa avrebbe pensato di lei. Vedeva un’altra lei che osservava questa scena di passione dall’esterno. Era allo stesso tempo protagonista e spettatrice.
L’abbaiare di un cane in avvicinamento mise la parola fine a quel momento fuori dagli schemi di una vita ordinata e regolata da atteggiamenti meno frivoli.
Si ricompose, e vedendo il cane lasciato libero dal proprio padrone,a pochi passi da lei,istintivamente si chinò e cominciò ad accarezzarlo.

Arkadi restò immobile ad osservarla. Si sarebbe aspettato un’altra reazione. Ma pensò che dopotutto non conosceva le donne occidentali,lei era la prima bocca non sovietica che baciava.
Agata si rialzò per consentire al cane di poter seguire il proprio padrone che passeggiava ad alcune decine di metri da loro.
Senza trovare il coraggio di guardare in faccia il suo accompagnatore gli disse: -è meglio andare,comincia a fare freddo –
Arkadi  non capì il senso compiuto della frase, ma lo intuì subito dopo, quando vide la donna incamminarsi senza fretta verso l’uscita del parco.

Ripresero il viale che portava in direzione dell’albergo. L’uomo durante il tragitto cercò di capire lo stato d’animo di Agata. La vedeva tranquilla ma al contempo distante e persa nei propri pensieri.
Cercò di instaurare un dialogo,per quanto fosse possibile,ma ricevette in risposta solo dei cortesi sorrisi di circostanza.
Dietro a quei sorrisi Agata era un turbinio di pensieri. Arkadi non le era indifferente,ma già durante quel lungo bacio aveva visualizzato di non poter essere lei la destinataria di tutte quelle attenzioni.
La sagoma dell’austero hotel era ormai accanto a loro. Agata prese la mano di Arkadi e pronunciò la parola “ savtra”  -domani- . Arkadi sorrise, mentre Agata a passi pesanti guadagnava l’entrata dell’albergo. Non si voltò. L’uomo alzò il bavero del cappotto e s’incamminò. Cominciava a far sera.

La mattina seguente Arkadi si ripresentò nella hall dell’albergo. Vedendolo sperso il receptionist gli chiese chi stesse cercando. Capito il motivo della sua visita, l’uomo aprì un cassetto da dietro il bancone, e gli allungò una busta sigillata.
All’interno un foglio e la sola scritta “isvinizie”.
Arkadi rimise il foglio nella busta lo infilò in tasca e si diresse all’uscita. L’uomo al banco dell’albergo salutandolo aggiunse che probabilmente da lì a poco sarebbe nevicato. Arkadi non se ne curò.

Ad alcuni chilometri da lì seduta accanto al finestrino dell’aereo,che come da tabella di marcia avrebbe trasferito la comitiva di italiani da San Pietroburgo a Mosca, Agata stringendo tra le mani un fazzoletto, guardava la pista di decollo.
Chissà se avrebbe nevicato,pensò. L’avrebbe vista volentieri cadere  quella soffice neve che tutto vela e nasconde.

La capo infermiera , avvisata  in piena notte dall’inserviente di turno, si precipitò nell’ala della casa di riposo dove era ospitata Agata. Aveva attraversato il freddo cortile che divideva il suo alloggio dalle stanze delle anziane signore, senza nemmeno indossare il giaccone per fare presto.
Ormai però,come indicato dall’inserviente,dopo alcuni respiri profondi ,quasi dei rantoli,il cuore di Agata aveva cessato da poco di battere. L’ossigeno si era fermato. L’infermiera constatò il decesso della donna,le chiuse gli occhi e staccò la flebo. Nell’attesa che arrivasse il medico di turno si avvicinò alla finestra della stanza che dava verso il giardinetto sul retro,scarsamente illuminato.
Scostò la tenda e guardò fuori. Cominciava a nevicare.

 

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