Letture

La Telefonata (1)

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” LA TELEFONATA ”  ( 1 ) di Malvarosa .

Racconto

PRIMA PARTE – LEI

 

Prese il bicchiere nel quale un momento prima si era versata da bere, incrociò una gamba sotto l’altra e si lasciò andare sul divano, sprofondando tra i morbidi cuscini gettati alla rinfusa.

Adesso solo un miracolo avrebbe potuto risollevarla da quella calma quiete dopo la tempesta. Non sapeva se ridere o piangere. Sorseggiava lentamente un liquido insipido, appena un poco dolciastro, ma fresco nella gola che ancora bruciava per tutte le parole dette e per quelle che le erano rimaste impigliate lì, dal momento che lei lo aveva cacciato e lui aveva infilato la porta senza neanche voltarsi.

Proprio non sapeva se ridere o piangere………se sentire il peso opprimente della paura panica di una solitudine più volte prospettata e sempre elusa, o se ridere per essersi liberata una volta per tutte dalla pesantezza angosciosa che le afferrava le gambe e le braccia tutte le volte che la rabbia di lui si manifestava come fuoco d’artificio. Ciò accadeva invariabilmente ogni volta che lei lo poneva di fronte al suo ennesimo tradimento negato.  Anche quella sera era accaduta la stessa cosa.

Lui le aveva annunciato che sarebbe dovuto andare di lì a poco a una cena di lavoro, la terza di quella settimana. Peccato che lui lavorasse in un insignificante ufficietto del pubblico catasto, pubblico proprio perché era lì che lui si riforniva di amanti, tanto passeggere, quanto così indiscrete da informare i quattro venti di quel che accadeva…….. e il vento regolarmente informava lei. Difficile credere dunque alla cena di lavoro, non era certo tra le mansioni di un impiegato addetto al protocollo! Gliel’aveva detto, senza rabbia, col tono rassegnato di chi sa che è così e non potrà credere a nient’altro. Lui provò ancora una volta a negare , ma l’impassibilità del volto della donna che aveva di fronte gli fece capire che non aveva centrato l’obiettivo. Così s’era scatenato l’inferno! Erano volate parole grosse, parole dure: lui sapeva dove colpire e l’aveva fatto. Parole, ancora parole alle quali lui si aggrappava, ma finiva con lo scivolare sempre più in basso, nella stessa melma che si era creato. Allora, ancora parole, parole spergiurate, urlate con rabbia, sibilate con cattiveria tra i denti ma senza sufficienti credenziali. Parole e parole mentre lei lo guardava dritto negli occhi senza muovere un solo muscolo del viso. Lui si era reso conto che il suo gioco non funzionava più, perciò provò più forte….. Lo rivide urlare fuori di sé dalla rabbia, prendere tutto quel che c’era sul tavolo e buttarlo a terra; poi con gli occhi iniettati di sangue si era avvicinato a lei minacciosamente e le aveva dato un schiaffo che l’aveva fatta barcollare e cadere.

Fu come svegliarsi all’improvviso.

Non riconobbe la sua voce, così ferma da non ammettere repliche che gli diceva “ Vattene immediatamente e non farti rivedere mai più!” E lui, stupito che il suo gioco, così ben congegnato e che aveva sempre funzionato si fosse inceppato, con l’aria della vittima sacrificale dell’isteria di una donna, se n’era andato, sbattendo la porta naturalmente.

Sospirò profondamente.

Ricordò quando lo aveva conosciuto…….…Come le appariva bello, forte, sicuro di sé e si era innamorato proprio di lei che si sentiva insignificante, priva di qualsiasi attrattiva nel corpo, come nel carattere. L’aveva corteggiata in modo serrato con un mare di complimenti, i classici cioccolatini, messaggi con il cellulare, telefonate focose e fiori……. Lei non era abituata a simili cortesie! Per potersi laureare, aveva lavorato per anni presso un grosso distributore di carburante facendo il turno serale e notturno per riuscire a frequentare le lezioni. Prima era stata alle pompe, poi in officina, in seguito era stata promossa al bar ed infine era riuscita a spuntarla come cassiera. Ripensandoci si sentì ancora addosso l’odore pungente della benzina, le mani sempre macchiate di grasso, circondata da uomini, colleghi o clienti, colmi di generosa volgarità per le sue procaci forme. Ma dopo le prime scandalizzate perplessità, che le avevano fatto temere che non ce l’ avrebbe fatta a resistere, aveva imparato a difendersi con le loro stesse armi, acquisendo il loro linguaggio. Ormai era pronta per rispondere a chiunque avesse messo il dito, e non solo quello, sui suoi attributi femminili. “Ehi tettona!” Faceva rima con ”Ehi Coglione!”. “Quand’ è che me la dai?” necessitava di un “Quando andrai affanculo!”. Un “Non scopare per terra, scopa me” aveva bisogno di un “Non preoccuparti caro, quando ti cascheranno le palle a terra spazzerò anche quelle”.

Un linguaggio simile non era certo edificante soprattutto sulla bocca di una ragazza poco più che ventenne! Ma questo frenava i più gioviali tra i suoi clienti che per fortuna non erano tutti così. C’erano anche quelli ben educati che avevano rispetto del suo lavoro anche se lo consideravano di esclusivo dominio maschile. Le venne in mente quel tipo che era arrivato disperato in officina perché la sua macchina si era fermata e non voleva più saperne di ripartire. Ma non volle che lei ci mettesse le mani, perché a suo avviso le donne non ci capiscono niente di motori. Il capofficina provò, i due meccanici provarono, ma non riuscirono a trovare il guasto. Così il tipo, sull’orlo di una crisi isterica le fece il favore di permetterle di mettere le mani sul motore, guardata a vista dal capo. Nel giro di cinque minuti rimise in moto la macchina e quando tutti la guardarono come ad un fenomeno si rifiutò categoricamente di dire che cosa aveva fatto. In realtà s’era trattato solo della fortuna del principiante, perché aveva subito trovato un cavo scollegato nascosto dietro il serbatoio del tergilunotto. Però aveva fatto la sua bella figura.

Si ricordò di quanto fosse sola in quegli anni, troppo impegnata a raggiungere i suoi obiettivi contro il parere dei suoi stessi genitori che sognavano di vederla “sistemata” come sua sorella Carlotta: 28 anni, nessuna capacità lavorativa, 3 figli, un marito infelice, mezzo alcolizzato e ad passo dalla separazione.

Quel periodo era stato veramente duro, e tante volte aveva avuto la tentazione di mollare e di ritornarsene in campagna dai suoi che avrebbero goduto del suo fallimento annunciato. Le parve di sentirli “Ecco te l’avevamo detto che non era roba per te” Non che guardando dal loro punto di vista avessero tutti i torti; lei alle scuole superiori non aveva mostrato una particolare affezione per lo studio. Preferiva occuparsi del lavoro nei campi, del giardino, degli animali, di fare scorribande con i suoi amici e assai difficilmente riusciva a stare seduta a lungo a studiare. Ma l’estate in cui prese il diploma di segretaria d’azienda, si sentì vuota e senza scopo, capì che quello che voleva fare era altro e finalmente dopo vari pellegrinaggi nelle città universitarie vicine trovò quello che le era congeniale e, contro il parere dei suoi si iscrisse alla facoltà di Scienze Agrarie. Tuttavia il contrasto con la sua famiglia, compresa Carlotta che aveva perso una baby sitter gratuita, si era fatto aspro e con poche lire fornitele di nascosto dalla madre andò via di casa. Per un po’ andò a dormire in un ostello e mangiava panini con cui il suo stomaco intratteneva una strenua lotta, poi trovò un appartamentino in periferia che condivideva con un’altra studentessa. Non si vedevano spesso perché la sua coinquilina lavorava la sera in una pizzeria, perciò quando rientrava l’una andava via l’altra. Non avevano legato gran che, ma in compenso non si erano mai pestate i piedi. Le fu grata di quella condivisione senza nessun eccesso, non avrebbe sopportato anche il peso di una convivenza difficile e nelle città era alquanto difficile trovare alloggi a prezzi abbordabili. L’appartamento non era bello: muri scrostati, finestre piene di spifferi ed un riscaldamento che funzionava a rate. Tuttavia qualche lavoretto qua e là, la tinteggiatura delle pareti, qualche poster, grande spirito di adattamento e tanta fantasia avevano reso la casa semplice, ma accogliente. Sì, erano stati proprio anni duri, fatti di solitudine, lavoro, studio e tanta disperazione, quando la stanchezza prendeva il sopravvento sulla sua voglia di farcela. Non c’era posto per altro. Ma lei possedeva la caparbietà dell’ anima contadina che ha sempre fiducia nella terra anche quando essa è ingrata e continua a lavorarla perché se non darà frutti in questa stagione, li darà nella prossima. Così era riuscita a laurearsi in Scienze Agrarie

Ricordò con amara soddisfazione il giorno in cui, telefonò ai suoi genitori, dicendo loro che si era laureata. Le rispose sua madre, che nonostante tutto parve orgogliosa che lei si fosse opposta al loro volere e avesse mantenuto la sua promessa. Suo padre invece, che non aveva più voluto parlare con lei da quando se n’era andata via di casa, le fece sapere, sempre tramite la moglie, che se finalmente ora non aveva più grilli per la testa poteva fare qualcosa di utile tornando a casa a potare le vigne e che lui, non aveva tempo da perdere con certe sciocchezze.

Ma suo padre non era sempre stato così con lei. La chiamava Cimicetta e fin da piccola la portava nei campi e le parlava della terra, di come bisognasse girarla perché prendesse aria , di come si riconosceva un’erbaccia da una pianticella di grano, di come si doveva seminare, diradare le piante o potarle. Le aveva insegnato il nome di tutte le piante selvatiche, le loro proprietà curative o velenose; lei sapeva raccogliere quelle che si potevano mangiare. Di quelle “matte”, suo padre diceva che erano gli uomini a non capire ancora a cosa servissero e che Dio non aveva creato nulla di veramente inutile. Perciò venivano sradicate solo le erbacce strettamente necessarie per proteggere i raccolti. Le aveva persino insegnato ancora bambina ad usare il trattore per brevi tratti. Ancora adesso lei sapeva come raccogliere l’uva senza rovinarla, potare i meli e i peschi, scuotere gli ulivi perché i frutti cadessero senza rovinarsi nei grandi teli posti attorno alla pianta. Aveva molti bei ricordi della sua infanzia, la gallina Gegè che era morta di vecchiaia perché lei si era sempre opposta che le venisse tirato il collo, Birillo, il cane pastore che andava a chiamarla quando si attardava nei campi rincorrendo le sue fantastiche avventure. Il gatto Totò che non le era molto simpatico perché la graffiava quando lei lo prendeva in braccio e lo ficcava a forza dentro un paniere.

La sua infanzia non era stata affatto triste, ma essenziale : poche coccole o smancerie che rammolliscono il carattere, presto nei campi, fin da piccoli ad occuparsi delle bestie, ma non mancava nulla. Infatti nel tenore di vita della sua famiglia c’era l’essenzialità e non perché non si potessero permettere altro, ma perché i contadini vivevano così: piuttosto che un paio di scarpe nuove meglio dieci galline ovaiole o qualche pianta da frutto. Le scarpe si compravano quando erano stata riparate più volte. Lei però non si sentiva diversa dagli altri, perché nella scuola dove andava erano quasi tutti figli di contadini e chi si vergognava era la figlia del proprietario dell’unica fabbrichetta della zona, vestita sempre di tutto punto con abitini costosi, ma delicati, che non le permettevano di correre, arrampicarsi sugli alberi del cortile, sporcarsi con la terra. Poverina! Piagnucolava dicendo che la mamma l’avrebbe sgridata se si fosse sporcata e non aveva mai avuto il coraggio di contraddirla lasciandosi trascinare nei nostri giochi.

Lei invece era cresciuta libera di muoversi e di cavarsela a suo modo anche nelle situazioni più difficili, maturando, grazie a suo padre, un rispetto sacro per la terra e tutte le sue creature.

Ma quando lei era partita suo padre non aveva capito che era stato proprio lui ad insegnarle a seguire il sui istinto e per tutti gli anni dell’università le rivolgeva poco la parola e lei non aveva mai capito se fosse contento di vederla. Perciò finì col tornare a casa sempre più di rado.

Dopo la laurea aveva cercato un lavoro migliore. Ne aveva cambiati tre in due anni prima di trovarne uno in cui le sue competenze fossero riconosciute e retribuite adeguatamente. Ora lavorava in una fabbrica di prodotti fitofarmaci biologici a ciclo naturale e il suo lavoro le piaceva molto perché non era in contrasto con la sua esperienza e concezione dell’agricoltura e spesso veniva inviata in “ missione “ in aziende agricole per dimostrare l’efficacia dei loro prodotti.

Una volta le capitò di essere mandata in missione in una grossa azienda agricola nei dintorni del suo paese. I proprietari la conoscevano perché il loro figlio più giovane andava a scuola con lei. Si trovò a dimostrare la validità di alcuni trattamenti per il terreno esausto e una serie di antiparassitari ricavati da piante. Andò avanti e indietro per circa tre settimane prima di completare il suo lavoro, mentre i contadini del luogo la guardavano come a dirle” Ma cosa vuoi saperne tu di come si lavora la terra!” I risultati del suo lavoro furono visibili solo a raccolto concluso ,quando ricevette la telefonata dei padroni dell’azienda che si congratularono con lei perché il raccolto era stato soddisfacente e quindi ordinarono nuovi prodotti. Ma le fecero anche sapere di essersi congratulati con suo padre per averla mandata a studiare tante cose utili per loro, semplici servitori della terra. Qualche settimana dopo, recandosi dai suoi per far loro visita, suo padre le fece trovare un Atto Notarile in cui si diceva che lei era proprietaria di una parte della loro terra. Le diede il pezzo di carta e uscì dalla stanza senza darle nemmeno il tempo di ringraziarlo, e non se ne parlò più. Quello era stato il suo modo di dirle che l’apprezzava e non solo, ma cominciò a chiederle consigli e a comprare i prodotti che lei vendeva. In quelle occasioni ritrovava la sua familiarità con la terra e si ricaricava le pile.

La seconda parte segue …

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