Letture

La Telefonata (2)

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” LA TELEFONATA ”  ( 2 ) di Malvarosa .

Racconto

SECONDA PARTE – LUI

Il lavoro la appagava, qualche soldo in più in tasca per qualche innocente capriccio ce l’aveva, ma aveva anche più tempo di fare bilanci e di accorgersi che le dure conquiste della sua nuova vita non le bastavano. Le mancava l’amore, la presenza di un uomo accanto che la facesse sentire la donna che non sapeva ancora di essere.
Perciò, quando lui si era presentato, bello come il sole, amabile e tenero, proprio così come l’aveva sempre ingenuamente sognato, lei era caduta nella sua trappola come un’adolescente alle prime armi. Non poteva negare che con lui aveva vissuto dei momenti bellissimi, momenti  che non aveva mai neppure osato sognare. Ma le burrasche si erano fatte sempre più frequenti e troppe differenze pian piano li avevano divisi.
Lui era rimasto il “ ragazzo” che amava divertirsi senza badare a spese perché diceva “ Abbiamo una vita sola”, mentre lei avrebbe voluto costruire un rapporto più solido e una famiglia più aperta di quella che aveva avuto.
Ma lei lo amava e seguiva i suoi capricci.
Lui non si faceva riguardi nel far pagare lei, perché a metà mese restava immancabilmente senza spiccioli e non provava nemmeno a rinunciare.
Ma lei lo amava e pagava.
Lui non aveva pudori nel manifestare la sua debolezza verso le donne, che corteggiava anche in sua presenza umiliandola. Poi le chiedeva scusa. E lei continuava ad amarlo.
Com’era convincente anche quando le sue scuse non reggevano davanti all’evidenza dei fatti! Come quella volta che, uscita prima dal lavoro, gli aveva comprato per il suo compleanno un bellissimo e costosissimo maglione firmato di cachemire e, per fargli una sorpresa, era andata a casa sua a portarglielo. Lo aveva trovato con una ragazza di circa vent’anni, rotolati sul tappeto in tenuta adamitica. Lui aveva avuto la prontezza di spirito di rimproverarla perché non sarebbe dovuta entrare senza suonare! Non era la prima volta che le  succedeva di coglierlo in fallo. Perciò la sua  preoccupazione fu di non sprecare il denaro speso per quel  maglione e, uscita senza dire nulla, era tornata al negozio. Lì aveva cambiato il maglione con un completo gonna e giacca, una camicia e  due  bei maglioni di morbida lana.
Due giorni dopo lui s’era ripresentato, scusandosi per la sua debolezza, dicendo che non sapeva cosa gli fosse successo, che era stata la ragazza ad irretirlo. Lei lo aveva perdonato e non ne avevano mai più parlato. Per circa  un mese lui si era comportato come un vero gentiluomo innamorato e lei aveva presto dimenticato tutto.
Lei lo amava!
Ma amava anche leggere, ascoltare la musica, fare passeggiate nei boschi o in riva al mare, andare a teatro, al cinema, stare in compagnia degli amici cucinando per loro. Ma lui, queste cose, lui  non le amava e allora non si facevano che di rado.
Realizzò che era sola allora  non meno di ora, e una profonda voragine parve aprirsi sotto i suoi piedi. Sentì le gambe e le braccia dolere, pesanti, come paralizzate mentre precipitava. Si aggrappò al divano e la discesa sembrò arrestarsi. Si sistemò meglio, fece un profondo respiro e cercò di rilassarsi. Ormai non le restava altro da fare, pensò amara. Il silenzio della stanza e l’immobilità del corpo furono buoni alleati e lentamente si acquietò.
Fu allora che la sentì……….
Prima nella testa, poi nel corpo. Era come un antico ricordo, dolce, struggente eppure gaio. La sentì ancora e ancora, sempre più distintamente, farsi sempre più forte. Pensò che forse stava diventando pazza, ma continuò ad ascoltare. Come nata da un folletto che si stava pian piano impadronendo del suo corpo, dei suoi sensi, dei suoi pensieri, sentì una risata infantile, fluida ed argentina che le solleticava la pancia e voleva fuoriuscire.  Premeva come un piccolo nel ventre materno quand’è finalmente ora di uscire. Pareva  tutto così buffo! Aveva posto fine ad un rapporto che durava da anni con un uomo che aveva amato fino all’inverosimile eppure la risata era lì, mentre lei avrebbe dovuto essere disperata, affranta, impaurita. Ma la risata era lì, non poteva negarla, non voleva negarsela!
Decise allora di lasciarsi scorrere addosso quella risata, come un simpatico vermetto variopinto che striscia lungo il corpo e dal ventre risale fino alla gola e in un istante fa contrarre tutti i muscoli del viso in una smorfia grottesca che costringe la bocca ad aprirsi. E la risata è lì ed esce, preme con una forza senza eguali, sconquassa il corpo liberandolo da una tensione oramai stantia.
Ora rideva…….Sentiva il petto sollevarsi ritmicamente, il respiro farsi corto, la pancia contratta, le forze mancarle dal gran ridere.
Mentre rideva, rideva e rideva fin quasi a soffocare, sentì parimenti le lacrime scendere e rigarle il volto, lacrime così a lungo trattenute che il loro scorrere fu quasi doloroso.
Pensò per un momento, tra lacrime e risate, che il pianto e il riso hanno la medesima origine, si manifestano con la stessa mimica e con un’identica gestualità, scuotono  entrambi tutto il corpo ed  esprimono tutti e due il senso profondo di qualcosa che, rimasto troppo a lungo prigioniero, Si libera e Ti libera. Rise a lungo come non ricordò d’aver fatto da molto tempo. Poi la risata cominciò a scemare lentamente e la lasciò esausta.
Infine tacque, immobile. Il corpo cheto, quasi privo di vita su quel divano bianco che avrebbe potuto raccontare tante e tali cose, ma che ora diceva solo: Abbandonati! E nient’altro. E lei ci si abbandonò  scivolando dolcemente in un sonno senza sogni.
La risvegliò bruscamente il telefono. Si alzò dal divano, movendosi come fosse stata ubriaca. Era tarda notte a giudicare dal buio fuori dalle persiane rimaste aperte.
Pensò che fosse ancora lui, che ci avesse ripensato, che credesse di poter ancora osare disturbare la sua vita. Decise di rispondere. Ora sapeva cosa dire.
“Pronto?” disse. Ci fu una pausa di qualche secondo poi “Mi scusi “ fece esitante una voce maschile dall’altra parte “ Temo di aver sbagliato numero.” E continuò rammaricandosi per l’errore. “Non importa “ fece lei con la voce resa sensuale dal sonno, “Faccia lo stesso due chiacchiere con me, tanto ormai sono sveglia! “ All’altro capo ci fu un breve silenzio imbarazzato. Poi “ Certo! Le faccio volentieri questa cortesia dal momento che la mia sbadataggine l’ ha rapita al suo sonno.” Pausa di silenzio.” E’ una così bella notte di luna piena, non trova?” Azzardò quello timidamente, offrendole un appiglio per continuare quella assurda conversazione senza costringerla a scoprirsi più del dovuto. Lei guardò fuori dalla finestra e vide una splendida luna piena attorniata da nuvole rade e trasparenti che le conferivano un alone magico. Ma non disse nulla al riguardo.
Tuttavia in quella frase che poneva l’accento sulla magia di quella notte, nel tono di voce caldo e accogliente dello sconosciuto, nella galanteria pudica di quella domanda, c’era una tale intimità che lei per un attimo si sentì scoperta e perduta. Si riebbe subito “Sono d’accordo con lei, è proprio una bella notte perché sa, stasera dopo tanto tempo ho riso. Lei sa ridere? “ Dall’altro capo del filo la voce salì di tono: l’uomo aveva accettato il gioco “Certo che so ridere! Riderebbe  spesso anche lei se fosse sbadato come me! Stasera ad esempio stavo mettendo in frigo il mio gatto anziché metterlo fuori dalla porta della cucina. Ho riso! Lei cosa avrebbe fatto al posto mio?” Lei aveva già cominciato a ridere di cuore immaginando, come in un cartone animato, il povero animale dibattersi per non essere refrigerato. Disse senza alcuna convinzione  “ Ma no, non si dia tanta pena per questo! Può accadere a chiunque di mettere il gatto in frigo!” Mentre pensava “Solo un cretino può farlo!” Poi rise senza ritegno. Fu una risata che contagiò i fili del telefono e, via cavo, si trasmise anche all’altro telefono. L’uomo, infatti, rideva quando le disse “Senta, mi racconti una cosa che ha fatto, stramba almeno quanto il mio gatto in frigo, ed io mi sentirò sul serio consolato per un’eccentricità che mi ritrovo mio malgrado!” Lei “Bhe!….Mi lasci pensare……Sì, ci sono! Una volta sono uscita dal garage con la portiera della macchina aperta. La portiera si è così offesa che è rimasta dentro il garage, mentre il resto della macchina era fuori!” Lui scoppiò in una sonora risata “Sì, questa può andare. Ma cosa ne dice lei dell’innaffiare le piante con l’acqua bollente?” “Oh! Povere piante! Questa è veramente grossa!” “No, no “ fece lui serio “ Era grassa, era una pianta grassa, non grossa.” Ora tutti e due ridevano come bambini e le  risate si facevano più scomposte Risate e ancora risate tra un aneddoto  e una battuta  che riuscire a parlare in modo intelligibile diventava sempre più difficile. Lui, raccolto il fiato necessario, riuscì a dire “ Eh no! Non smetterò finché lei non confesserà …….(lunga esitazione)….il….il suo numero di telefono!” Concluse tutto d’un fiato.
La situazione era paradossale: LUI aveva telefonato a LEI, le stava parlando al telefono e  le chiedeva il numero di telefono che, sempre  lui, doveva già aver composto per poter parlare con lei!
Per un attimo lei esitò. Sapeva che se si fosse andati oltre in quella telefonata, si sarebbe perduto il senso di quella magica ,liberatoria comicità. Tuttavia non voleva interrompere un gioco che la stava nutrendo di una gioia senza giusta causa “No, questo proprio non posso dirglielo, perché non mi telefono mai! “ Rise come una piccola monella.
Lui sospirò e aggiunse “ Me lo merito! No, no non cerchi di consolarmi! Avrei dovuto dar retta ad un mio amico che mi consigliava un telefono ultramoderno che si ricorda tutto, anche quello che non ti serve. Ora mi basterebbe pigiare un tasto ed avrei il numero che ho composto.” Lei “ Non se la prenda, se c’è riuscito una volta potrà farlo ancora. Non c’è niente che ci serva più del credere nei piccoli miracoli. Questa telefonata per me è stata un piccolo miracolo e la ringrazio di cuore anche se non dovessi più risentirla. Parlare con lei mi ha fatto bene al cuore.” Concluse lei  commossa. Lui capì che la telefonata era finita. Sembrava dispiaciuto quando disse “ Sono io che la ringrazio! Ha trasformato un mio deplorevole errore in un piacevolissimo intermezzo. Se mai dovessi avere la fortuna di indovinare nuovamente il suo numero di telefono spero non le dispiacerà  se la disturberò ancora.” Lei esitò un attimo.  Poi rispose con  un filo di voce “ Mi riterrei  molto fortunata.  Buonanotte!” Aggiunse con dolcezza e chiuse la comunicazione.

TERZA PARTE – L’ALTRO

Come al solito, immancabilmente, in quella stagione pioveva sempre quando per lui era ora di uscire dall’ufficio. Da un pezzo aveva rinunciato ad andare a lavorare in macchina. Non sopportava la grettezza della gente che con il volante in mano pensava d’essere la sola ad avere diritti e precedenze; non sopportava gli improperi che si lanciavano a vicenda i guidatori che, oltre al codice della strada, non rispettavano le semplici regole della cortesia. Che diamine! Non erano forse tutti poveri diavoli incastonati e ben stretti in un sistema che non lasciava scampo a nessuno? Perché prendersela allora così tanto! Dibattersi con tanta foga nell’agonia stradale serviva solo a prolungarla con effetti disastrosi sull’umore. Ecco dunque spiegato perché lui si trovava in attesa sul ciglio del marciapiede mentre la pioggia battente tamburellava sul suo inutile ombrello. Lui infatti si bagnava ugualmente perché “Dio solo sa perché, quando aspetto l’autobus la pioggia non cade mai perpendicolarmente come tutte le cose sulla Terra!” pensò. Per fortuna la sua pacata pazienza, che aveva sempre creduto un difetto insormontabile in passato, considerata dai più viltà e codardia, ora si rivelava un pregio giacché quando cominciano le sfighe, non vengono mai da sole,e lui, che era un filosofo DOC lo sapeva. Sì, sentiva che quel giorno la sua pazienza gli sarebbe stata assi utile.
Infatti da lì ad un’ora, l’autobus, arrivando, lo aveva innaffiato ben bene; perso nei suoi pensieri era sceso due fermate dopo; s’era dovuto fare un paio di chilometri sotto la pioggia (ancora torrenziale),che  oramai più di così non poteva bagnarlo ed infine non riusciva a trovare le chiavi di casa nella sua cartella piena come quella di Mary Poppins!
Cercò di ricordare su cosa stesse riflettendo per sbagliare ben due fermate, ma la sua memoria si accendeva sempre in ritardo, perciò concluse che non fosse così importante. A Dio piacque che lui riuscisse a trovare le chiavi in fondo alla borsa, tra la carta del panino mangiato a pranzo e le pillole per il mal di testa. La sua pazienza resse ancora quando vide il cartello “FUORI SERVIZIO” attaccato all’ascensore e salì senza protestare i cinque piani di scale, inzaccherato fino al midollo, lasciando lungo i gradini una scia di goccioline. Ora aveva  freddo, un freddo che gli penetrava nelle ossa e per dar corpo al pensiero “ Mi buscherò un brutto raffreddore” si fermò al pianerottolo del terzo piano e starnutì mentre la tromba delle scale amplificava a dismisura quel suono “malato”.  Finalmente giunse sulla porta di casa e il miagolio familiare del suo gatto lo accolse. Ormai lo sapeva: prima di potersi mettere a suo completo agio doveva dedicare qualche minuto alla schiena del suo micio che lo aspettava già dal primo giro di chiave nella porta. “ Va bene Mustafà, ho capito. Ecco fatto! Ora però lasciami passare. Sopportare una giornata come questa è impresa da eroi ed io, lo sai non sono mai stato un eroe.” Finì quasi in un sussurro. Finalmente riuscì a togliersi di dosso, oltre agli indumenti, anche la rigidità posturale imposta dal suo lavoro di coordinatore di attività di ricerche sociali. Mentre lasciava scorrere l’acqua della doccia perché si scaldasse. si guardò allo specchio, fece l’occhiolino e disse  all’immagine  riflessa “ Bentornato a casa! Mi sei proprio mancato!”
Entrò nella doccia urlando poiché s’era scordato di quanto potesse diventare bollente l’acqua! Fece una sacrosanta doccia, lavando via la fatica di una giornata vissuta ancora a metà e riappropriandosi di un corpo prestato a pagamento alla Società per cui lavorava.
Poi con l’accappatoio ben stretto si diresse in cucina, e si versò mezzo bicchiere di marsala che gli aveva regalato un suo collega siciliano.
Nel salotto, accese lo stereo e le magiche note dei Concerti Brandeburghesi di Bach si diffuse nell’aria, e seduto beatamente sul divano, sorseggiando il suo marsala si sentì finalmente a casa, in pace con se stesso e con il mondo.
Era stata una giornata particolarmente pesante, resa ancora più difficile dalla visita settimanale del suo direttore, tanto supponente quanto ignorante. “ Ma certo, signor Direttore, sarà fatto! Subito signor Direttore! “ e scimmiottò se stesso alla presenza dell’uomo che più disprezzava. Ma disprezzava anche se stesso per l’accondiscendenza e la deferenza che gli usava. Sapeva bene però, che non c’era altro modo di far funzionare  lì le cose. Se avesse fatto come comandava il “capo”, tanti importanti progetti di ricerca sarebbero miseramente falliti sul nascere, e tanti validi colleghi avrebbero perso il lavoro. Così aveva trovato un espediente: gli faceva credere che fosse lui a fare le proposte risolutive dei problemi che si presentavano. Se lo vedeva ancora davanti “ Signor direttore, è stata brillante la sua idea ed il problema emerso la scorsa settimana è stato risolto. Come? Non ricorda? Ma si, la scorsa settimana, lei aveva suggerito di bla,bla, bla…. “ Quell’altro non poteva certo bocciare quelle che credeva fossero le sue stesse idee ed  era troppo vanesio per qualunque forma, anche primitiva, di autocritica.
In questo modo il reparto di cui era responsabile sopravviveva all’impunita ignoranza del “capo”, di quel viscido essere per il quale ciò che contava era il Potere,che non sapeva gestire, il Denaro, che non aveva migliorato di un grammo il suo buongusto, e le Donne , che pensava si potessero solo comprare perché incapace di qualsiasi moto dell’anima. Guardò il gatto come se questi potesse leggergli nel pensiero e colloquiare amabilmente con lui.
“ Cosa dici Mustafà? Se lo invidio? Sì, lo invidio. Temo che tu abbia ragione, come sempre!” Mustafà, che in realtà era solo un bel gattone nero, grasso e pigro, da un po’  di tempo era diventata la voce della sua coscienza oscura, quella parte di sé ignorata che ora emergeva senza pietà a togliergli uno ad uno i veli delle illusioni. “Sì, lo invidio perché io saprei cosa fare con quel che ha lui!” Si trovò a dire ad alta voce.
Cambiò disco e fu la volta dei famosi valzer di  Strauss. Si accese la pipa, rilassò il corpo come un bimbo nella braccia della madre, e si lasciò andare al sogno che faceva di frequente ascoltando questi brani, ora racchiuso nelle morbide volute di fumo create ad arte con la sua pipa.
Vide un ampio salone da cerimonie, grandi e luminosi lampadari di cristallo pendevano dal soffitto mandando bagliori di luce su splendide dame. Il salone era inondato di rose rosse vellutate e  delicate peonie. Le dame erano vestite con meravigliosi abiti fruscianti di raso, pizzo e seta, luccicanti di nastri e strass; le loro capigliature, dalle calde sfumature che andavano dal rame all’oro zecchino, al nero ebano, erano acconciate come pregiate sculture. I loro visi erano luminosi e sereni, lo sguardo penetrante, ma non aggressivo( come molte donne “moderne”).  Infine avevano generose e sensuali  scollature, adorne di gioielli dalla foggia ricca, eppure allo stesso tempo sobria.
Che Visione! Lui le adorava tutte, le trovava tutte ugualmente belle, perché sapeva guardare oltre il vestito ,le forme, le palpebre timidamente abbassate quasi a voler celare ad occhi indiscreti, le passioni che le agitavano: in tutte riconosceva una stupenda realtà dell’esistenza della cui bellezza intima si nutriva fino ad inebriarsi.
A questo punto vedeva la sua mano tendersi verso un’altra leggiadra manina e poi entrambi si lasciavano andare nella danza. I due corpi si fondevano, scivolavano, sugli splendidi marmi lucenti, come  zefiro su prati in fiore e poi si libravano leggeri come farfalle a pelo d’acqua. Tutto si con- fondeva in un’emozione profonda e si perdeva inghiottito negli occhi smeraldini della donna che accompagnava o dalla quale si lasciava accompagnare.
La musica cessò ed il sogno si interruppe bruscamente.
Si guardò intorno e sentì improvvisa e profonda la sua solitudine. Fu come uno stiletto piantato in mezzo al cuore. La sua casa, un modesto appartamentino, gli parve troppo grande, talmente grande da potercisi perdere in tutti i sensi.
Fu il suo alter ego a parlare e a dirgli che finché sognava in tal modo, la sua paura di vivere l’amore fino in fondo era salva. Colpito e affondato: stavolta lo aveva messo al muro. Si schermì dicendo tra se che tanto e troppo aveva amato e sofferto per avere ancora il coraggio di farlo. Non era pronto ad abbandonare la noiosa tranquillità che aveva finalmente raggiunto dopo aver attraversato l’inferno. Non era delle donne che non si fidava, ma di se stesso: non era abbastanza uomo per nessuna donna capace di intendere e di volere. Per questo la sua donna lo aveva lasciato. Lui non aveva forza fisica, non era sportivo, avventuroso, ambizioso, capace di rischiare, di cambiare vita da un giorno all’altro. Lei sì e lo aveva fatto per ben due volte, una quando aveva accettato di amarlo e l’altra quando aveva smesso di farlo: in entrambi i casi in poche ore e suo malgrado anche la sua vita era cambiata da un attimo all’altro.
No, non si era inaridito nella sofferenza, semmai s’era acuito il bisogno di amare senza riserve, di essere fedele al  se stesso che amava e che non poteva tradire, nella necessità di amare, oltre i confini del visibile e del tempo, l’unicità presente nella donna che avrebbe voluto accanto.
Convenne che era un po’ troppo per una vita sola.
Che fosse un idealista lo sapeva bene. Ne aveva pagato troppe volte lo scotto per poterlo dimenticare.

QUARTA PARTE – L’ALTRA

Ripensò alla donna che aveva amato in segreto per tanti anni, senza che nessuno se ne accorgesse. Era la musa ispiratrice dei suoi  sogni, di  poesie e di emozioni profonde per le quali non esistevano parole. Eppure in silenzio aveva sopportato che ragazzi, senza alcun talento vitale, le si accostassero e inquinassero la bellezza intima che lui, lui solo vi intravedeva. Erano amici dal liceo, lei la “bella” della classe, intelligente e brillante intrattenitrice, lui l’imbranato professionista, che faceva sempre la cosa sbagliata al posto sbagliato e nel momento sbagliato. I suoi compagni lo prendevano in giro perché si commuoveva alla lettura dei classici, disquisiva timidamente col professore di filosofia, non aveva bisogno delle regole per tradurre dal latino Catullo e non c’era proiezione ortogonale che fosse per lui un mistero. Ma non riusciva a tenere in mano più di due cose perché la terza gli cascava, diventava rosso fino alla radice dei capelli se solo una ragazza lo guardava e prendeva in pieno tutti gli angoli perché aveva sempre la testa tra le nuvole. Lui non se la prendeva, sapeva che quello era il loro modo di volergli bene. Era amico di tutti, ma di nessuno in particolare. Verso la metà dell’ultimo anno però, aveva legato con un compagno, grande,  grosso e ripetente, che ogni tanto prendeva le sue difese in cambio di un aiuto in alcune materie. Una volta si era lasciato andare con quello a confidenze, complici un paio di  birre tra una versione di  greco e un’equazione algebrica. Il suo amico, che quanto a confidenze era fin troppo generoso e l’aveva imbarazzato tante volte, si prese a cuore la sua pena d’amore finché lei non  ne venne a conoscenza. Cosa gli avesse detto non l’aveva mai saputo, fatto si è che la medicina fu più dolorosa della malattia: lei da allora evitò di stare vicino a lui in ogni occasione!
Dopo gli esami di maturità si persero di vista, ma lui non smise mai di credere d’aver perduto il suo grande amore e continuò a cercarla in tutte le donne che in quegli anni ebbe modo di conoscere. A qualcuna volle anche bene, ma nessuna riuscì a risvegliare in lui le emozioni intense del suo primo silente amore.
La rivide per caso quindici anni dopo, ad una mostra, mentre ignari l’uno dell’altra ammiravano lo stesso quadro. L’arte contemporanea non gli era mai piaciuta gran che ed andava alle mostre proprio per capire cosa non gli piacesse e perché. Ricordava ancora il quadro: un enorme buco rosso su uno sfondo nero intitolato ” Vita”; ma   per avere la pretesa di rappresentare la vita gli sembrava oltremodo deprimente, o forse non aveva capito a quale vita si riferisse. Qualcuno lo urtò, lui si girò scusandosi automaticamente, convinto che fosse sempre colpa sua. Così la vide. La riconobbe subito, nonostante il diverso colore e taglio di capelli, un modo di abbigliarsi più ricercato e un’aria meno spavalda e sicura di sé.
Fu così che ricominciarono a vedersi, scoprendo di avere molte cose in comune, compreso un lontano parente da parte di madre.
Si vedevano spesso, come due vecchi amici che non hanno nulla da temere l’uno dall’altra: si recavano a fare gite fuori porta, a ballare, a mostre d’arte , al cinema d’essài, a conferenze, oppure più semplicemente nelle domeniche fredde o nebbiose, pranzavano fuori e poi a casa di lui a guardare qualche vecchio film. Discutevano per ore su tutto e spesso lei lo guardava con sincera ammirazione dicendogli “Ma quante cose sai!” Lui andava al settimo cielo e arrossiva come quando era il ragazzone foruncoloso di sedici anni. Si abbandonarono anche ai ricordi degli anni di liceo, ai vecchi compagni di scuola, in gran parte padri e madri di famiglia a parte la “bruttina” della classe che invece aveva fatto un mucchio di strada ed era diventata una donna affascinante e  una giornalista free-lance conosciuta in tutto il mondo.
Inevitabilmente venne a galla la sua vecchia  passione, mai sopita per lei e, ricominciò anche il suo tormento,  a maggior ragione ora che lei ne era a conoscenza.
Fu  proprio lei che una sera, di ritorno dal cinema, mentre lui faceva apprezzamenti sul film, lo baciò di punto in bianco con un tale trasporto che, in men che non si dica, si ritrovarono a far l’amore come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Cominciò così per caso la relazione con la donna sognata troppo in lungo e in largo.
Lei diceva di essere uscita da un periodo di confusione sentimentale fatta di una sequela di uomini, in cui, diceva, cercava solo lui inconsapevolmente. Per questo dopo un po’ si stancava e li lasciava. Uno di questi aveva anche lasciato la famiglia per lei ed era rimasto con un palmo di naso quando lei gli aveva detto che non se ne faceva più niente. Pian piano  lui si accorse di quanto diversa fosse nella realtà la sua amata, una donna come tante al punto che ora con rammarico non ne ricordava nemmeno il colore degli occhi, quegli occhi che l’avevano turbato per anni. Ma  lui era una persona fedele a se stessa, perciò aveva cambiato sogno, ma non aveva rinunciato a sognare. Qualche volta era apparso l’angelo incantatore, in momenti molto speciali: un tramonto sulla città visto dall’alto, i versi di una poesia di Neruda, le considerazioni sul significato dell’esistenza, una risata nata da sguardi complici in mezzo alla folla. Questo gli bastava per sopportare la velleità di una vita in comune che, con suo grande rammarico, appariva priva di quello spessore umano che lui avrebbe desiderato. Attribuiva a se stesso, alla sua povertà di immaginazione e di azione, la piattezza di un quotidiano a cui lei divenne presto insofferente. Tante cose per  lei non avevano senso, mentre per lui erano le piccole cose che davano un significato allo stare insieme. Prendi ad esempio andare a fare la spesa: per lei era solo una seccante necessità di cui avrebbe fatto anche a meno; lui invece era orgoglioso di camminare fianco a fianco della donna amata, progettando con lei  l’immediato futuro con spaghetti, vino o un dolce all’amarena. Non mancava mai di manifestare in modo tangibile quella che chiamava il suo “appartenere a lei“: erano fiori, libri, un dono inaspettato, una lettera con pochi versi, l’attenzione a non invadere i suoi spazi vitali, l’incitamento perché lei facesse le esperienze che desiderava fare.
Questo non bastò. La sua devozione verso la sua compagna non lo mise al riparo dal dolore di un abbandono tanto più tragico perché mai anticipato: per lui lei era la donna assegnatagli dall’Eternità.
Si rese conto di quanto fosse stato sciocco e cieco a non accorgersi di quello che stava accadendo sotto i suoi occhi: lui non era abbastanza e lei era troppo vitale e dinamica per potersi accontentare.  Fu così che solo dopo  un anno,  lei se ne andò senza grandi spiegazioni e  lui non la cercò.
In una sola ora era stato derubato nella vita, della donna amata, e nell’anima, dell’Amore Eterno. Vuoto come un sacco. Come lo spazio pieno di un notte oscura. Tangibile come un martello sul cuore. Pesante come il trascinare, giorno dopo giorno, il peso delle sue disillusioni.
Si sentì autorizzato ad una revisione totale della sua vita, della sua concezione dell’amore e della Donna, ad un’analisi critica della sua relazione finita. Fu lì che cominciò l’inferno.
Fu proprio in una di quelle discese all’inferno che si rese conto che s’era arreso con lei molto presto, e ricordò ora, solo ora, quando ciò era accaduto con una lucidità senza alcuna compassione.
Fu la prima volta che fecero l’amore. Lui si sentiva in paradiso, perché pur non avendo avuto esperienze strabilianti al riguardo, nel loro modo di far l’amore c’era tenerezza e passione: fare l’amore con lei era qualcosa che trascendeva i sensi e lo colpiva nel profondo, facendogli toccare il cielo con un dito. Ebbene,  dopo che l’istinto aveva sopperito alla reciproca scarsa conoscenza  del corpo dell’altro si erano alzati dal letto affamati e ben decisi ad una spaghettata coi fiocchi. Lui si alzò per primo e nudo si avviò in bagno. Lei lo fermò chiedendogli “ Cos’ hai sulla schiena?” Lui si sentì scoperto e fece finta di non capire “ Dove?” Chiese a sua volta. “ Quelle cicatrici spesse che hai su tutta la schiena.” Chiese nuovamente lei. Lui si sedette sul letto, sospirò profondamente e abbassando la testa le chiese “ Sei sicura di volerlo sapere? E’ una storia molto triste e dolorosa per me da raccontare.” Lei lo guardò, annuì e lui, sospirò nuovamente e cominciò a raccontare. “ Avevo circa sette anni, ero imbranato e sempre attaccato alle gonne della mamma. Oltre a me c’era mio fratello di due anni più giovane. Alberto era nato con una malformazione congenita al cuore e se in breve tempo non fosse stato operato sarebbe morto. Purtroppo l’unico in grado di farlo era un luminare francese che operava negli Stati Uniti. Mio padre era un  semplice operaio e non faceva che lavorare. In quel periodo io lo vedevo poco, perché quando tornava dal lavoro passava prima al bar a bere per dimenticare i suoi guai e quando tornava spesso ero già a dormire. Anche mia madre lavorava, al mattino, quando io e mio fratello eravamo a scuola, faceva le pulizie presso alcune famiglie e nel pomeriggio, lavava e stirava  tutta la biancheria per un ristorante.  Nonostante tutto quel lavorare si viveva con poco: più si riusciva a risparmiare prima si poteva operare mio fratello. Da un po’ di tempo le condizioni di salute di Alberto erano peggiorate ed io vedevo spesso mia madre piangere e mio padre  sempre più torvo.” Fece una pausa di silenzio denso di tensione, poi fece un respiro profondo e riprese a raccontare “ Quella sera papà era tornato  ubriaco  prima del solito, si era seduto a tavola e mi aveva ordinato di portargli la cena che era in caldo nel forno. Mamma era di là con mio fratello. Io ubbidii, avevo paura di mio padre quando era ubriaco, mi appariva un estraneo. Presi il tegame in forno che scottava. Pensai che ce l’avrei fatta ad arrivare al tavolo, ma le mani bruciavano e lasciai cadere la pentola con un gran fragore. Furono gli attimi più brutti della mia vita.” Disse scosso da singhiozzi per il dolore rimasto dentro troppo a lungo poiché difficile da condividere.  Continuò lentamente “ Io lo amavo quel padre, amavo la sua stanchezza, le sue mani pesanti e piene di calli con le quali tante volte mi aveva accarezzato teneramente. Quella sera però mi tradirono.” Fece una pausa  mentre stava guardando a fatica qualcosa che non avrebbe mai voluto né vedere, né rivedere. “ Mio padre fu preso da uno scatto d’ira per il cibo sprecato che non ci potevamo permettere, si tolse la cintura e cominciò a picchiarmi con la cinghia dalla parte della fibbia urlando come un animale ferito a morte che si difende da un nemico tanto  invisibile quanto potente. Io cercavo di scappare, ma lui era più veloce di me e più  cercavo di sottrarmi alla sua ira più pesanti diventavano le cinghiate. Era preda di una furia bestiale……..  Avevo solo sette anni!” Disse piano per convincere se stesso che non poteva essere colpevole come invece s’ era sempre sentito.” Mi madre era accorsa, ma era riuscita solo a  prendersi due cinghiate al posto mio. Alberto aveva cominciato a piangere spaventato e ad avere una delle sue crisi. Tra le lacrime vidi mia madre correre di là prendere in braccio mio fratello infagottato, afferrare me per un braccio e portarci fuori, mentre mio padre era crollato esausto sul pavimento. Di quello che accadde dopo non ricordo nulla, perché a quel punto svenni. Al risveglio in ospedale, parecchie ore dopo, mia madre era accanto a me,  gli occhi rossi di pianto e una disperazione muta e profonda dipinta sul volto. Io avevo profondi tagli sulla schiena, Alberto era morto durante la notte e mio padre se n’era andato.”
Nella stanza ci fu silenzio mentre lei lo abbracciava.
Poi fu lei la prima a parlare: “ Ecco perché non sei mai venuto in piscina con noi!” Poi aggiunse:” Non pensarci più. Potrai fare una plastica e cancellare quei segni!”
Proprio quella frase era tornata a galla tante volte e per quanto la ricacciasse indietro tornava più forte di prima: lei non aveva capito.  Lui invece aveva capito. Aveva capito che non era lei la donna che aveva amato e che avrebbe voluto amare. Lui amava quelle ferite, erano una parte importante  della sua storia, dalla quale aveva imparato tante cose e non voleva affatto cancellarle, ma dargli un significato perché ancora non ne avevano. Non ne aveva la morte di suo fratello di cui si sentiva responsabile, non ne aveva l’abbandono di suo padre che prima di allora aveva fatto il possibile per essere un buon padre, ma era finito alcolizzato e morto congelato su un marciapiede. Non aveva senso il suo piccolo errore di valutazione nel prendere uno stupido tegame, per il quale sarebbero state sufficienti due presine. Non avevano senso le ferite purulente sulla sua schiena che sua madre baciava sperando che si chiudessero poiché temeva che la vita gli avrebbe tolto anche il suo figlio primogenito. Ma soprattutto un intervento di dermoplastica non avrebbe ma potuto cancellare le ferite profonde inferte all’anima.
Ma lei tutto questo non l’aveva capito. Non aveva capito che in quelle cicatrici c’era la forma della sua anima sulla quale si erano innestate quelle particolarità del suo carattere.  Questa era la ragione per cui piuttosto che fare del male a qualcuno subiva ed era attento ai bisogni degli altri perché l’ira funesta che gli pareva di aver eredito da suo padre, era sempre in agguato e lui la sentiva arrivare e la temeva.
Tutto il resto era ormai storia passata. Ora sapeva perché quell’amore non aveva retto.
Lei era morta dentro di lui una volta per tutte, ma l’inferno era stata l’impietosa revisione della sua esistenza, il capire che la sua vita di oggi era fondata su quell’episodio della sua infanzia, che il suo carattere era stato forgiato dal fuoco di quell’antico,ma ancora presente, dolore. La sua diplomazia nei rapporti, frutto della paura di fare ancora del male, era nata da lì e quando proprio in virtù di quella capacità, nonostante non fosse laureato, fu promosso coordinatore di reparto la prima cosa che pensò fu che non lo meritava affatto, che sicuramente si erano sbagliati e presto se ne sarebbero accorti.
Il suo bisogno vitale di sognare ad occhi aperti nasceva da lì, troppo amara si presentava a volte e improvvisamente la vita per poterla sopportare senza sognare. Sognare gli permetteva di elevarsi di qualche palmo al di sopra delle miserie umane, comprese le sue.
Anche la sua concezione delle donne nasceva da lì, da quella madre che non lo aveva mai considerato colpevole e lo aveva amato con tenerezza ed abnegazione  fino alla fine. Lui sentiva di dovere alle donne un tributo di riparazione grandioso quanto la sua colpa e desiderava rendere alla Donna la stessa devozione di cui era stato oggetto da parte della prima donna che aveva amato e che meritava di essere amata. Non gli era bastato prendersi cura di lei gli ultimi anni della sua vita, quando il dolore le aveva talmente roso il cuore da fermarlo ancora troppo giovane.
Ora era solo, ma mai completamente. Con lui vivevano i fantasmi di suo padre, che aveva continuato ad amare, benché l’avesse tradito, di Alberto, coi riccioli d’oro e il visino pallido ed emaciato per un male che non gli dava tregua, di sua madre che negli anni successivi si era dedicato a lui soltanto, perché dentro, glielo disse prima di morire, era già morta da tempo ed aveva accettato di continuare a vivere per lui. Oh! Come aveva ragione! A distanza di otto anni dalla sua morte le mancava ancora come quando ne aveva sette.
Difficile credere di poter incontrare una donna capace di leggere la sua storia in quelle cicatrici e di amarlo anche per quelle.

QUINTA PARTE – IL GATTO

Si guardò intorno. Le sue riflessioni lo avevano talmente assorbito, che s’era fatto buio e il suo stomaco chiedeva d’essere ascoltato e soddisfatto. Si coccolò con un piatto di spaghetti al pomodoro e una buona insalatina. Si preparò un caffè, l’ultimo della giornata e si ricordò che doveva chiamare un  suo amico per confermare la sua partecipazione ad una gita in montagna la domenica successiva.
Ora si sentiva stanco e assonnato. Guardò l’orologio: era quasi mezzanotte. Avrebbe chiamato Luigi che, nonostante l’ora tarda era sicuramente sveglio e poi sarebbe andato a letto, avrebbe fatto finta di leggere qualche pagina del libro che aveva sul comodino da qualche settimana e poi si sarebbe addormentato con la luce accesa e il libro sul letto.
Compose il numero ed aspettò: “ Pronto!” rispose una voce femminile. Nella pausa che ci fu lui ebbe modo di pensare che Luigi viveva da solo e che più probabilmente aveva sbagliato come al solito numero! Ed ora che fare? “ Mi scusi temo di aver sbagliato numero.” Disse riprendendosi e scusandosi ancora mentre lei continuava” Non importa faccia lo stesso due chiacchiere con me, tanto ormai sono sveglia! “ Fu a quel punto, nel seguire la melodia di quella voce che ebbe la sua visione : il salone delle feste e la sua Dama che le offriva la mano per un giro di valzer. Si sentì scioccamente felice e colse quella mano nella proposta di lei. “ Certo le faccio volentieri questa cortesia dal momento che la mia sbadataggine l’ ha rapita al suo sonno! “ Vi fu una pausa in cui lui guardò fuori dalla finestra e si accorse del cielo stellato, della luna argentea, circondata da nuvole trasparenti e la notte  non gli era mai parsa così bella. Glielo disse interrompendo un silenzio carico di attesa: “ E’ una così bella notte non trova?” Altra pausa di silenzio e il timore di essere stato troppo banale. “ Sono d’accordo con lei è una splendida notte perché dopo tanto tempo ho riso. Lei sa ridere?”……………………….
Fu una telefonata serena, piacevole, senza eccessi dove lui trovò un modo garbato per chiederle il suo numero di telefono. Lei non glielo diede, ma le fece capire che se lo avesse trovato avrebbe gradito una nuova sorpresa.
Da buon ricercatore passò la notte a stilare una lunga lista dei numeri che avrebbe potuto aver fatto a partire da quello del suo amico Luigi, nel tentativo di trovare quello della Dama della risata. Controllò uno ad uno i numeri della lista con quelli dell’elenco telefonico che avevano quel prefisso che era sicuro d’aver fatto. La lista si restrinse a pochi numeri e s’addormentò a giorno fatto (per fortuna era sabato) con la sensazione d’aver fatto un buon lavoro.
Passò la settimana a provare la sera, intorno a mezzanotte i numeri che gli erano rimasti: qualcuno lo mandò senza tanti riguardi a quel paese, qualcun altro si indignò per l’ora tarda, altri ancora chiusero la comunicazione senza dargli il tempo di scusarsi. Era giovedì ed aveva finito tutti i numeri! Quella notte dormì male, da un lato rimproverandosi di non aver insistito per avere il numero della dama della risata, dall’altro perché non riusciva a dar retta al buon senso che gli diceva di non imbastire un romanzo con così poco!
Era oramai domenica. Per la precisione le sette di domenica, quando la brava gente dorme ancora o fa colazione con calma. Lui era ancora letto sonnecchiante, quando qualcuno suonò alla porta.
Si alzò di malavoglia, sperando non si trattasse di qualche scocciatore e aprì.  Una donna di circa  35 anni era davanti alla sua porta con il suo gatto in braccio. Timidamente disse “ L’ ho trovato nella mia cucina, dev’ essere entrato dalla finestra che ho scordato aperta. Mi hanno detto che lei è l’unico nel palazzo ad avere un gatto così e siccome miagolava disperato ho pensato di portarglielo subito.” Lei lo guardò aspettando una risposta, ma l’altro restò ammutolito fissandola dritta negli occhi, mentre nella sua testa giri di valzer  si alternavano vorticosamente. Lei , più imbarazzata che mai aggiunse a bassa voce “ Se non è suo mi scusi tanto, non la disturbo oltre….” Lui riuscì solo a dire sorridendo anche con gli occhi “ Da quando ho cercato di metterlo in frigo si comporta in modo strano……”
Lei capì di avere davanti l’uomo della telefonata.

Prima Parte :  http://www.veneziaeventi.com/testata/71-nuovi/2674-la-telefonata-


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