Letture

Le due aquile, di Giorgio Girace

Giorgio fuma

Entrai in un bar, mi ci sentii costretto. Non mi andava di perdermi per queste cazzo di strade che per giunta erano bagnate dalla insistente e viscida pioggia.

Sarebbe stato controproducente soprattutto per i miei pensieri. Gettai il troncone del sigaro e spinsi dunque la porta. Mossi le labbra per salutare più per educazione che per convinzione. Nessuno mi badò. Balenò subito all’occhio che il locale non era dei i migliori. Il pavimento era ruvido, ruvido di sporcizia, però essendo io un uomo poco attento, un po’ me ne fottei. Per dipiù la poca illuminazione contribuiva a nascondere l’ordinarietà dell’ambiente, e quindi non notai più di tanto le pile di bicchieri sporchi appoggiati sul banco e il mucchio di tovaglioli di carta stropicciati e unti che riempivano un piatto di plastica lì accanto. E avrei potuto giurarci, uno scarafaggio in fuga. Però era piccolo.
Mi avvicinai dunque al bancone e ordinai una birra chiara. Il bicchiere sbatté sul piano e schizzò fuori un po’ di schiuma. Anzi parecchia e non mi parve un buon inizio. A dire il vero fin dalla mattina non era stato un buon inizio. Tutto andava storto. Una donna non l’avevo più, un amico neppure e mi sembrava non possedessi neanche un’ombra. Il fatto era che mi sentivo una nullità. Avevo paura e non riuscivo a concludere molto. Le opportunità le avevo, ma chissà perché erano cosparse di melassa, non riuscivo a tenerle. La birra non era buona, l’avrei volentieri versata in testa all’oste, ma quello già mi guardava storto e l’avrebbe presa sicuramente a male. Non era il caso. Tra l’altro era ben messo e ci avrei scommesso, picchiava duro.
«Ehi, cos’hai da guardare?»
«Chi io?»
«E chi altri sennò?»
«Non guardo lei, signore.»
«Ah no? E dimmi, cosa c’è di tanto interessante alle mie spalle?»
«Non saprei signore. Ci sono dei bei quadri, sì, ce n’è uno in particolare.»
«Mi stai prendendo per il culo?»
«È un bel quadro, mi piace. È un bel soggetto. Due aquile che volano in alto. Perché?»
«Sono due aquile e basta, che vuoi che ne sappia? Ora alza le chiappe e fila.»
«La birra.»
«Cosa?»
«La birra che mi ha versato, signore, fa schifo.»
«Ehi, ehi, cos’hai detto?»
«Ho detto che la birra che mi ha rifilato fa schifo.»
«Sei in cerca di guai, amico. Te lo ripeto ancora, alza le chiappe e fila, brutto bastardo.»
«Le aquile, perché c’è quel quadro alla parete?»
«Senti, bello. Ora vengo lì e ti prendo a calci nel culo.»
La sera prima Edith mi aveva lasciato. C’era stata una discussione, si lamentava di alcune cose, anzi parecchie.. Le sue amiche viaggiavano, facevano shopping, andavano in palestra, si vestivano all’ultima moda e possedevano almeno cinquanta paia di scarpe. Tutte costose e differenti, ma io le vedevo tutte uguali.
«Non si agiti, mi va bene questa.»
«Ecco, bevitela e non rompere i coglioni.» Edith mi aveva lasciato con un semplice sms. Il messaggio diceva ”Vai a farti fottere” La reputai una caduta di stile. A me non vanno a genio le cadute di stile, specie nelle donne di classe, ed Edith lo era. Mi fu impossibile risponderle. Aveva spento il telefono. “Off”
«Ehi bello, me la offri una birra?»
«Accomodati.» Era una tizia. Era una tizia bionda. Non male.
«Come ti chiami, carino?»
«Mi chiamo Glauco.»
«Bel nome, dove l’hai trovato? »
«E tu come ti chiami?»
«Sono Sonia. Ehi, Samuele, versami una birra, ma che sia fresca.»
«Hai centrato, il mio vero nome ormai l’ho dimenticato e d’altronde
mi suona bene questo. Dai anche a me una birra fresca, Samuele.»
«Mmmh, certo.»
«…e sbrigati, voglio togliermi dalla bocca questa porcheria.»
«Ma allora cerchi guai, bastardo. Aaspetta un po’ e vedrai che razza di gusto ti ritrovi in quella lurida bocca.»
«Stai calmo, Samuele. Non maltrattare i miei amici.»
«D’accordo, Sonia, ma dì al tuo amico di tenere a freno la lingua.»
«Certo, ma ora non rompere.» Sonia era sulla quarantina, portava con dignità una bellezza appassita e ostentata a trecentosessanta gradi. Era comunque gradevole. Il trucco pesante e i colori accesi che portava addosso, non le conferivano certo un’aria da educanda. Longilinea, nasino all’insù e un bel paio di gambe che teneva accavallate per accentuarne le voluttuose armonie. C’era di che perdersi.
«Ecco le birre.» Tuonò Samuele.
«Senti, Glauco, che ci fai da queste parti?»
«Ci son capitato per caso.»
«Ed è stata una fortuna, bello. Vedi? È la tua serata.» Detto questo, Sonia alzò il bicchiere e lo portò alla bocca.
«Ti piace quel quadro da quel che ho capito.»
«Sì, quelle aquile danno un senso di libertà. Contrastano col chiuso dell’ambiente.»
«È proprio per questo che Samuele l’ha scelto, dico bene?»
«Sì, Sonia. È come dici tu » L’oste rivelava un animo poetico, forse fanciullesco.
«E poi mi ricordano qualcosa, forse la mia adolescenza.»
«Bravo, sei sensibile all’arte. Io in quel quadro ci vedo una coppia di fringuelli che volano in cerca di un nido d’amore. Tu che ne dici?» Entrò una coppia, ambedue sui trenta. Lei seria e castigata nell’abbigliamento e nelle movenze. Lui gioviale e premuroso. Si sedettero ad un tavolo nella penombra un poco discosti da noi. Si sedettero ma si evinceva che la donna non era a suo agio.
«Dico che sono due aquile. I fringuelli non c’entrano.» Sorseggiai la birra, era buona, scendeva bene. Le gambe di Sonia si mossero, ne sentii il fruscio delle calze e si accavallarono dall’altra parte.
«Ok, ok, la penso anch’io così. Sono due aquile che volano sulla sommità della montagna al loro nido d’amore.» Pensai che così poteva andare. Anche lei poteva andare, e questo era un buon inizio di serata, forse. Nel frattempo la coppia seduta alle nostre spalle chiamò Samuele; la donna ordinò un tè alla pesca, l’uomo invece un gin tonic. La stazza dell’oste toglieva luce all’ambiente e quando tornò dietro al banco diedi una sbirciata ai due i quali discutevano animatamente a bassa voce.
«Un’altra?» Il bicchiere di Sonia era vuoto e da come lo armeggiava capii che aveva una grande sete.
«Grazie, bello, volentieri. Ehi, dimmi, cosa fai nella vita? Qualcosa di interessante?» I suoi occhi roteavano maliziosi e le labbra strisciavano l’una sull’altra come due lombrichi stretti in un abbraccio fraterno.
«Mi occupo di ricerche antropologiche.»
«Ah, sì, ne ho sentito parlare. È un lavoro comune. Ti riesce bene?»
«Me la cavo.»
«Non è che mi stai prendendo in giro?…no…no…scusa, penso sia un buon lavoro e immagino tu sia un tipo in gamba. Ehi Samuele, versaci due birre.»
«Sì Sonia, un attimo che servo quei due.» Quando l’oste si abbassò col vassoio al tavolo della coppia, la donna, impettita, emesse un gridolino sgradevole.
«Che schifo, mi cambi subito la tazza. Non vede che è sporca di rossetto?» Il povero Samuele faceva del suo meglio, ma era come un cane randagio in una sala operatoria. Era poco avvezzo alle regole dell’igiene. Intervenne l’uomo che le sedeva accanto:
«La scusi, signore, è un po’ nervosa.» L’oste si allontanò grugnendo e maledicendo il genere umano. Non gli andava proprio essere trattato in quella maniera , nossignore, non gli andava. Era una brutta serata; per me invece era buona. Questa tipa, questa Sonia, aveva aggiustato l’assetto di rotazione, della MIA rotazione. Non che ci vedessi chiaro, ma almeno puntellava le mie fragilità. Mi toccò il braccio anzi lo sfiorò ed io provai un brivido…emozionale, sissignori. Le sorrisi e lei ricambiò. Non fosse per lo squallido contesto, poteva apparire una buona conquista. Ma non lo era. O forse sì, ma effimera.
« Beh, mi piace il mio lavoro, conosco un sacco di gente. E tu Sonia cosa fai di interessante?»
«Mi occupo anch’io di ricerche, Glauco. Ma sicuramente non facciamo lo stesso mestiere.» Rideva, chissà perché quello che aveva detto l’aveva divertita. E mentre lo faceva diventava più bella, certo non come Edith, ma il surrogato poteva andare. Non ne esisteva una come Edith, ma Sonia ne era la più quotata aspirante. Nel frattempo Samuele si era ripresentato al tavolino dove la tizia attendeva impaziente il suo tè alla pesca, e con le sue manacce pelose porse con ostentata grazia le ceramiche del servizio. Ma c’era un problema e la donna se ne accorse purtroppo. All’interno della zuccheriera c’erano tracce di caffè, ed erano mostruose, giganti, e le riempirono il cervello. Quel suo piccolo cervello si mise in moto ed ordinò all’ugola di emettere vari suoni. Sgradevole per lo più.
«Che indecenza, questo locale è abominevole. I miei soldi sono buoni ed esigo un tè decente, capitoooo?» Samuele alzò le braccia in segno di resa. Il servizio ai tavoli non faceva per lui. Egli preferiva stare al banco a stappare bottiglie e a spillare birre. Preferiva inoltre gli uomini come clienti, le donne erano troppo rumorose mentre gli uomini sapeva come metterli a posto ce ne fosse stato bisogno.
«Permetti Samuele, faccio io.» Intervenne Sonia. Lo scostò a lato togliendogli di mano il vassoio traballante. Lei era una giusta, ci sapeva fare e ci avrei scommesso le sarebbe riuscito bene tutto, forse meglio di Edith. Ma a quest’ultima difettava anche l’umiltà.
Mentre Sonia girava attorno al bancone, me la guardai bene a figura intera. Non era male davvero. Quel corpo non aveva bisogno di nulla, andava bene così.
Mi resi conto che potevo pensare qualunque cosa, potevo ammirare e gustare; Edith mi aveva lasciato e i suoi occhi indagatori non c’entravano più nulla e comunque che andassero a farsi fottere. Almeno un lato positivo lo avevo trovato….Però questo era un concetto sbagliato e in cuor mio lo sapevo.
Sonia sveltamente ripassò attorno al banco sculettando con classe, parve nella mia direzione, per poi abbassarsi a porgere il tanto sospirato tè alla pesca. La tizia, quella impettita che capii chiamarsi Claudia, mise gli occhi nella tazzina come a controllarne ogni millimetro quadro, ispezionò piattino, cucchiaino e zuccheriera per poi prodigarsi in un digrignamento di denti a mo’ di sorriso:
«Grazie, vada pure.>>Il tizio che le stava accanto, Umberto, era costernato. Cercava di smussare le asperità con improbabili sorrisi, tutti sbagliati.
Il mio lavoro consisteva nella ricerca antropologica. Era
una definizione azzardata, ma qualcosa di inerente c’era. Sapete cos’è l’antropologia? Io l’avevo capita così: è la disciplina che studia l’essere umano sotto diversi punti di vista. Non entriamo nel dettaglio, ma non potevo spiegare a Sonia quale fosse in realtà il mio vero lavoro. Più avanti capirete. Sonia tornò ad affiancarmi preceduta dal suo naturale odore che faceva a pugni con quello dell’ambiente. La sua bellezza da quarantenne reggeva bene e dava un tocco di classe a quella stamberga. Non ci fosse stata lei la topaia poteva paragonarsi ad un cielo senza stelle.
Coi gomiti puntellati sul banco reggevo il bicchiere vuoto e Sonia mostrava il suo.
«Ehi Samuele, vieni qui. Un altro giro.» Egli mi guardò e sembrò che la sua rabbia non riuscisse a trovare sfogo. Il suo viso paonazzo non era certo paragonabile a quello della Gioconda, e quando sbatté sul piano i bicchieri ricolmi, ebbe un gesto di stizza al quale unì una feroce occhiata. Un’occhiata omicida.
«Senti, oste, datti una calmata che rischi un infarto.»
«Senti tu mollusco, ringrazia il cielo che sei in compagnia di una signora, altrimenti saresti già ridotto a carne macinata.» Intervenne Sonia:
«E dai, Samuele, ha ragione lui, stasera sei intrattabile.»
«D’accordo, ma tienilo d’occhio.» Alle mie spalle Umberto bisbigliava ininterrottamente all’indirizzo di Claudia, pareva volesse informarla sui modi comportamentali: in un ristorante di lusso ci si atteggia in una certa maniera, in una bettola bisognava adattarsi. Umberto era sulla trentina, alto un metro e ottanta, pesava circa ottanta chili, originario di Padova e veniva a trovare spesso la sua donna. Almeno una volta la settimana. E sapevo che sarebbe venuto a bere proprio qui. Era l’unico locale aperto nel raggio di tre chilometri. Come facevo ad avere queste notizie? Me le avevano
riportate.
Pensai che la mia fosse una giornata di merda e tale era destinata a concludersi. La presenza di Sonia era pura anarchia. Tirai fuori venti Euro e li misi sul banco. Samuele li acchiappò lesto lasciandosi scappare uno scimmiesco sorriso. Forse era giunto il momento. Umberto si alzò per recarsi al bagno. Mi alzai anch’io, un po’ barcollante per via delle birre.
«Scusa Sonia, arrivo tra poco.» Mi feci spazio tra il marciume delle sedie e dei tavoli ed entrai nella toilette. Umberto si stava sciacquando le mani. Era un po’ chino e si guardava allo specchio.
«Sei tu Umberto?» Gli chiesi a bruciapelo.
«Sì certo. Cosa desidera?» In tasca tenevo un coltello pronto a scattare. Era il mio lasciapassare, Edith si sarebbe ricreduta su di me. Ora dovevo dire: Vengo da parte di un tuo ”collega”, dice che fai concorrenza sleale. Ma lo guardai negli occhi, aveva paura. Vi vidi anche i suoi drammi interiori legati all’infanzia. Poveraccio, veniva da Padova a trovare la sua ganza e doveva ancora dormirci assieme. Accarezzai la lama, tagliava bene.
«Aspetti, aspetti, dica loro che cambierò, che accetto, sì, cederò a qualunque condizione.» Con mossa repentina gli tappai la bocca e gli feci vedere la lama da venti centimetri. Era fredda come la birra, gliela passai di piatto sulla guancia sinistra e lo guardai dritto negli occhi. Egli si agitò un po’, ma non risolse nulla. Si afflosciò dall’emozione e divenne pesante.
«Ringrazia le due aquile, amico, e non una parola.» Lo lasciai nel cesso e gli volsi le spalle. Probabilmente Edith mi avrebbe telefonato più tardi. Avrebbe voluto sapere. Se lo avesse fatto non avrebbe certo salvato il culo a quella giornata di merda. Mi affrettai al banco.
«Scusa Sonia. Vado un attimo in macchina a prendere i sigari.» Ella sorrise.
«Ti aspetto, torna presto.» Claudia seduta composta, guardava inebetita il posto vuoto e lo scimmione si dondolava in attesa di qualche input. Uscii di fretta e feci il giro dell’isolato. Fuori pioveva più di prima ma non me ne accorsi. Provai a telefonare ad Edith, avevo le dita bagnate.
«Allora?»
«Tutto a posto. Ti trovo a casa poi?»
«Sì amore, ti sei comportato bene. Hai visto? Potevi risparmiarti le titubanze, Quelli pagano bene e io non ti lascerò.» Pensai ai suoi viaggi e alle sue scarpe, lei ci teneva.
«Senti Edith, è incredibile.»
«Cosa?»
«Nel locale dove mi sono recato…»
«Ebbene?»
«C’è un quadro come il nostro. Ricordi le due aquile?»
«Sì ma che c’entra?»
«Le ho guardate meglio e danno un gran senso di libertà.»
«Va bene, se lo dici tu…»
«Sì, lo dico io, fanno una gran voglia…»
«Ok, ti aspetto.» Montai in macchina e feci un gran respiro. La giornata era cominciata male ma forse poteva aggiustarsi, chissà? Presi i sigari e ne accesi uno. Appiccò bene e lo benedissi. Benedissi anche le volute che sprigionava. Smontai e presi a camminare sempre sotto la pioggia. Affrettai il passo e quando aprii la porta d’ingresso, notai l’assenza della coppia e poi il sorriso
condiscendente di Sonia.
«Glauco, ho temuto non tornassi.»
«Eh no bella, ci sono le aquile.»
«Quali aquile?»
«Quelle del quadro.» Si approssimò l’oste con aria minacciosa. Lo guardai e prendendolo contropiede,
sorridendo gli chiesi:
«Ciao artista, posso offrirti una birra?»

 

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