Letture

Una vera dannazione di Giorgio Girace

Giorgio fuma

Stesi le gambe sul piano della sedia che avevo di fronte. Nel farlo provai dolore, poi piacere.

Addossai stancamente la schiena alla spalliera e osservai i bottoni della camicia di Lorenzo. Sembravano troppo piccoli.

« Mi preoccupi Glauco, dovresti tenerti d’occhio. »

« Scherzi? Dove lo pigli un altro come me? »

« Ne trovo quanti ne voglio, non sei per niente speciale. Ti difetta l’umiltà. »

« E allora? Che ne sai tu dell’umiltà, che ne sai dei miei cazzi? E poi non mi interessa essere speciale» Io e Lorenzo ci trovavamo all’osteria “Magna e bevi” seduti uno di fronte all’altro separati da un tavolo grezzo che poteva misurare trenta per trenta e da una caraffa da litro con Cabernet e due calici.

« So abbastanza e so anche che debbo fidarmi. »« Non te l’ha ordinato il dottore. »

Lorenzo era un tizio alto e tarchiato, castano, stempiato e con naso da pugile. Doveva averne prese tante, ma in zucca non gli era entrato nulla di utile. Si ostinava a non capire un cazzo. Ah dimenticavo, sulla quarantina. E lo conoscevo bene, da vecchia data. Faceva il pizzaiolo.

« D’accordo, lasciamo stare. Riesci a garantirmi qualche risultato? »

«Scherzi? Considera la cosa conclusa. »

Lorenzo fermò il sonoro, ma si espresse con un’occhiata misto disprezzo-speranza. Il suo disprezzo-speranza non mi intaccava. Presi la bottiglia e riempii i bicchieri per la seconda volta. Mi mancava l’umiltà, diceva. Ma a cosa serviva questa cosa se non a sminuire se stessi? Che se la prendesse tutta lui, quest’umiltà. Io non ne volevo.« Dammi notizie, Lorenzo. »

« Ecco, queste sono due foto e su questo foglietto son riportate le abitudini. Il resto lo sai, se lo ricordi. »

«Si, si, sei stato chiaro ieri al telefono. Ho tutto qui in testa. Ho memoria io. »Lorenzo marcò il suo disprezzo. Dovevo metterglielo in conto. Avrebbe dovuto motivarmi con un po’ di adulazione, certi atteggiamenti pesano. Si alzò e fece per andarsene.

« Ehi, ehi, dove corri? » Mi guardò con aria interrogativa e io gli feci un segno eloquente rivolto alla consumazione. Fece una smorfia ed estrasse il portafoglio. Io già lo sapevo, Lorenzo era inconsistente come una castagna vuota. Se ne andò via con quell’andatura che già conoscevo e che tanto detestavo. Era uno scimmione detestabile.

Non era male come incarico, anzi, era il classico incarico da manuale. Di uomini dubbiosi ce n’è tanti. Anche maliziosi, e vogliono appurare. Eppure li preferisco alle donne. Queste ultime combattono senza pietà e senza diplomazia. L’uomo non è mai tale, gli manca sempre qualcosa per completarsi e questo li frega. Sapete, alle donne la pistola non fa mai click! Sanno dare il colpo di grazia e sanno anche iniziare. Sempre in maniera egregia. La loro parabola evolutiva è più completa anche se spietata. Ne so qualcosa, e quando stendo le gambe da qualche parte, mi rilasso anche per questo.

Sapevo dove recarmi anche senza leggere gli appunti. Erano inutili. Edith era metodica: sgommava, rideva nervosa e filava via. Era la sua specialità. Nessuna lo faceva meglio di lei.Erano le diciotto in punto, la vidi montare in macchina e ripetere il suo solito rituale. Mi piaceva come agiva. Non che fosse da ammirare, ma a me piaceva. D’altronde a me andavano tante cose stupide. Forse aveva ragione Lorenzo, ci voleva umiltà. Con l’umiltà ti metti in discussione e arrivi a farti piacere le cose intelligenti. Ma Edith non era intelligente e quindi ero a posto col discorso.Misi in moto e la seguii. Era difficile, Edith aveva una guida nervosa e imprevedibile, un po’ come il suo carattere. Non era intelligente però astuta. Era paragonabile ad una cavalla selvaggia: focosa, indomabile, istintiva e crudele. Forse qualcos’altro ma ora non saprei. E comunque nulla di positivo.

Guidò per parecchi chilometri fino ad arrivare a Marghera.Eravamo in dicembre, era buio. Fermò la macchina a ridosso di un palazzo a cinque piani, tirò il freno a mano e mise fuori una caviglia dotata di grazia. Veramente. Poi mise fuori il resto. Faceva la sua figura. Edith era sul metro e settantotto, longilinea, dotata però di tutto ciò che prescrive l’immaginazione e capelli biondi, dritti, che le cadevano sulle spalle. E un bell’ovale dai tratti nordici. Sarebbe stato un vero peccato perderla. Lorenzo era seccato per questo. Non gli davo torto. Presi la fotocamera e attesi. Era entrata in un negozio di prodotti naturali, di quelli che noi uomini non ci capiamo un cazzo.

Quando uscì era radiosa col suo acquisto. Ma era sola, nessun uomo, ma già lo sapevo. Sapevo anche tante altre cose, tutte interessanti ma da non riportare a Lorenzo. Si sarebbe giustamente incazzato. Scattai alcune foto, così tanto per giustificare il mio impegno. Edith fu di nuovo in macchina. Sgommò come al solito e capii che sorrideva. Prese una rotatoria facendo fischiare le ruote. Sapevo già dov’era diretta. Una donna del genere non faceva per Lorenzo. Forse non era adatta per nessuno. Come dicevo era indomabile. Ed era una dannazione. Sapeva di piacere e sapeva che poteva fare a meno dell’intelligenza. L’astuzia no. Anche se l’astuzia è una forma di intelligenza volta al proprio tornaconto e Edith sapeva usarla bene, specie col suo uomo. Lei non lasciava nulla al caso. Risoluta e istintiva era dotata di un fiuto che la guidava nelle direzioni apparentemente più improbabili. Girai la chiave e misi in prima. Sgommai anch’io per starle dietro, ma senza fretta, non era il caso. Alla radio davano un bel “pezzo” di Peter Gabriel. Per gustarlo meglio accesi un sigaro senza distogliere lo sguardo dalla strada, ero uno specialista in questo. Appiccò bene e sprigionò una buona nuvola di fumo, densa e corposa. Favorì le mie riflessioni. Lorenzo era un buon cliente, pagava bene. Sospettava della sua donna ma non riusciva a venire a capo di niente. Niente era una bella parola, assoluta. Niente era quel che le concedeva lei e l’opposto era quel che concedeva a qualcun altro.

Si trattava quindi di identificare questo qualcun altro e possibilmente di scattare qualche fotocompromettente. Facile. Forse no. Lorenzo era piazzato bene e c’era da temerlo. Bisognava tenerlo in considerazione e Edith lo sapeva e in cuor suo, in virtù del fatto che era dotata di astuzia, si muoveva con cautela. Quando arrivai, salii le scale di corsa. Sapevo dov’era, sapevo cosa pensava e sapevo un mucchio di altre cose. La macchina fotografica mi pendeva al collo, era un bel peso. Un peso inconcludente. Lorenzo attendeva delle prove, ma forse sperava non ci fossero. Probabilmente era meglio accontentare le speranze e non le attese. Lui era un violento. Ne aveva prese tante ma sapeva anche menare. Ed Edith lo temeva. Io non conoscevo l’umiltà e tenevo la testa ben alta, sapevo convincere. E Lorenzo si sarebbe convinto, lo speravo e la mia teatralità, la mia faccia tosta, insomma la mia determinazione si nutrì ancora una volta e ulteriormente, di quella dannazione quando, arrivato alla porta d’ingresso, vidi che era là la mia perdizione, era là con quegli occhi grandi, astuti e dolci, ma che si fecero immensi come il cielo quando, con trepida ansia, ella si sciolse in un liberatorio abbraccio che avvolse il mio corpo.

 

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