Scopriamo Venezia

Redentore

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 \r\n\r\nE’ abbastanza normale che una città fatta di canali e in mezzo a una grande laguna celebri le sue feste in acqua.\r\n\r\n\r\n\r\nNon c’è località marina delle coste italiane che ricordi qualche santo protettore in barca e con i fuochi di Bengala, come venivano chiamati nell’antichità, queste diaboliche invenzioni del progresso. Ma a Venezia il profano si mescola spesso con  il sacro e di fatto prevale. Al Redentore non ci sono santi che tengano anche se una piccola riconoscenza verso l’alto i veneziani dovevano pur averla pensata in quel benedetto anno 1577 dopo aver lasciato nelle fosse comuni e tra la calcina purificratice non meno di 50 mila abitanti. Ma alla parola crisi, ovvero pestilenza, i solerti veneziani rispondevano sempre con grande ottimismo consegnando subito l’ambita patente di venezianità ai foresti furlani, bergamaschi, schiavoni, albanesi, todeschi per un pronto ripopolamento e nuovo boom demografico. E’ Eros che vince su Tanatos, la vita sulla morte.  E così in un bacino di San Marco da poco abbozzato dal genio di Palladio con la cupola di San Giorgio Maggiore che doveva rimpallarsi sullo specchio d’acqua con le cinque di San Marco, ecco sorgere alla Giudecca, isola di orti e di squeri, l’enorme fabbrica del Redentore. Doveva essere uno choc di modernità per i Veneziani quella parete bianca di marmo d’Istria con grande scalinata. Se le autorità pensavano ad un ponte di barche per fare arrivare a piedi il Patriarca al Te Deum di ringraziamento, il popolino gaudente organizzava un meeting in barca di notte, nell’attesa che lo stesso ponte votivo aprisse. E cosa si fa quando si aspetta? Si ammazza il tempo con l’unico vizio capitale che la Chiesa tollera. La gola trova la sua ragion d’essere in una tavola bandita in barca. Sardele in saor, anara, bovoleti. Le luminarie, ovvero i baloni, dovevano essere pur necessari per vincere le tenebre e magari evitare imbarazzanti ammiccamenti con la complicità del buio. In questo caso è Tanatos che vorrebbe vincere su Eros. Ma gli va male. Ai giovani in barca dopo aver mangiato, soprattutto bevuto e aver goduto con gli occhi i Foghi, non resta che l’ultimo senso del tatto da sviluppare, per coprirli tutti e cinque in una sola notte, seppur Famosissima. Il senso dell’udito era già stato abbondantemente coperto dai canti improvvisati e dai botti. E così il tatto si autocelebra nelle spiagge allora spopolate e complici del Lido o in quella più selvaggia di Sant’Erasmo. Alle putte, sempre onorate, la libera notte del Redentore era una concessione anche per i genitori più recalcitranti. La virtù poteva attendere, almeno fino all’alba.\r\n\r\ndi Maurizio Crovato

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